domenica 15 novembre 2009

Pensare "out of the box": le imposte e il patrimonio

I conti pubblici non tornano, l'istruzione e la giustizia hanno bisogno di risorse, consumatori e imprese sono in debito d'ossigeno, i tagli alla spesa pubblica improduttiva non riscuotono grandi consensi.

Che fare? In Germania tre titolari di partimoni ereditari (il sindacalista Peter Vollmer, lo psicanalista Dieter Lehmkuhl e il filosofo Bruno Hass) hanno preparato un appello per la reintroduzione dell'imposta patrimoniale, abolita in Germania nel 1997: propongono di destinarne i proventi a cultura, ecologia e sanità. Imperfetta, a mio parere, in principio (darebbe luogo a una sorta di doppia imposizione in capo allo stesso soggetto, almeno per i patrimoni guadagnati dal titolare anziché ereditati), potrebbe essere nei fatti un modo intelligente di reintrodurre nel sistema tributario quel criterio di progressività che altri elementi (si pensi alle imposte indirette) appiattiscono o contrastano. Né del resto l'idea sembra così strampalata: la Svizzera ha da sempre un'imposta sul patrimonio senza che per questo i cittadini svizzeri scendano ogni anno in piazza a manifestare contro l'amministrazione cantonale comunista.

Un prelievo sui grandi patrimoni potrebbe correggere l'incapacità degli Stati di tassare i grandi redditi. Ricorderete Warren Buffett, che si è espresso contro il paradosso che lo porta a pagare il 17,7% (su un reddito nel 2005 di 46 milioni di dollari) mentre la sua receptionist paga il 30%. Lo stesso Buffett individua nell'imposta di successione uno strumento per tassare i patrimoni promuovendo allo stesso tempo la giustizia sociale: fare a meno di un'imposta di successione, ha detto, sarebbe come "scegliere la nazionale olimpica per il 2020 convocando i figli primogeniti dei vincitori delle medaglie d'oro nel 2000". Nel 2001 William Gates Sr. (padre di Bill Gates), George Soros, Ben Cohen (fondatore di Ben & Jerry's), e un paio di membri della famiglia Rockefeller inviarono al presidente Bush una petizione in difesa dell'imposta di successione (Buffett non la firmò perché, a suo parere, non era abbastanza radicale nel promuovere una società dove il successo si basa sul merito anziché sull'eredità). Ed è noto che Bill Gates figlio, che a sua volta ha tre figli, ha detto che del suo patrimonio erediteranno "qualcosa, ma non una percentuale significativa".

Sarebbe bello, io credo, se anche i ricchi di casa nostra la pensassero così.

giovedì 5 novembre 2009

Storia di A.

Non conosco A.: so che ha poco meno di 30 anni, è laureata, e vive in una città del Centro-Sud.
Mi dicono che è una persona capace, intelligente e con voglia di lavorare. E che ha lavorato: come agente di vendita, magazziniera, commessa, barista. Ma da pochi giorni non lavora più. Ecco le sue parole.

[... ] Alla fine non mi hanno rinnovato il contratto. Non è questo che più mi fa stare male, da una parte me l'aspettavo [... ]
Il mio area manager ha farfugliato qualcosa che aveva a che fare con la collega del pomeriggio, a cui scadeva il contratto il mio stesso giorno, che era incinta da 5 mesi e non ha detto niente a nessuno.
La scusa per il non rinnovo del mio contratto è stata questa, "la sua collega del pomeriggio è rimasta incinta, per cui...", la frase in realtà è terminata qui, non ha avuto seguito.
Mi è crollato il mondo addosso, perchè non mi è rimasto nulla in mano; [... ] mi ritrovo al punto di partenza, senza lavoro e senza nient'altro.
Mi sono rivolta ad un sindacato per cercare di capirci qualcosa, non credo che questo serva a farmi sentire meglio, ma soprattutto non serve a rendermi meno incazzata e meno piena di rancore, ma mi sono sentita, e mi sento, così umiliata, denudata nel profondo, che non riesco ancora a trovarci un senso. [... ]
Ma chi lo vado a raccontare come mi sento, ad un sindacato, che gli racconto? che per colpa della gravidanza della mia collega io ho perso il lavoro? a chi lo racconto? che quella gravidanza mi fa più male che altro, a chi lo vado a raccontare?
Ma c'è altro, che mi brucia dentro e che non riesco a tirare fuori, è dentro, come un senso di nullità, come se la mia fosse una sconfitta, delle mie capacità, della mia intelligenza.

sabato 31 ottobre 2009

Parliamo di politica. Debolezze private e ragioni di opportunità

L'eterna parabola dell'hubris è tanto più sconvolgente quanto più colui che vi soccombe è dotato del dono di un intelletto fuori dal comune. Vi ho parlato tempo fa di alcuni esempi, e, anche se si ripresentano con una certa regolarità, non cessano di affascinarmi.

Nessun fascino, invece, per le disgrazie di Piero Marrazzo, un giornalista come tanti, la cui ascesa politica era sembrata un prodotto più della fortuna che delle doti di leadership intellettuale. La moglie Roberta Serdoz, come si è discusso questa settimana, ha preso atto di avere un marito ingenuo, imprudente e fifone, così come John Elkann, persona che tutti descrivono come intelligente e ammodo, ha preso atto di avere un fratello pasticcione e scapestrato. Quello che poi accade nel segreto del matrimonio, ovviamente, non ci riguarda.

Ma per parlare di politica, e per fare un discorso serio su ciò che in posizioni di potere va considerato opportuno o meno, vi propongo di uscire dalla sfera sessuale. Supponiamo che un non-politico (giornalista, manager, avvocato: poco importa) venga eletto o nominato a una carica politica. Supponiamo anche che abbia l'hobby, coltivato in un ristretto circolo di appassionati, del collezionismo e dello scambio di cimeli nazisti e della rievocazione in costume di eventi e personaggi del regime nazista. Supponiamo anche che questa passione sia storico-filologica, che non sia diretta a fare proseliti e non cada nell'apologia del nazismo, e che di per sé non sia illegale, anche se a volte rischia di convogliare importanti somme di denaro verso personaggi un po' loschi per l'intermediazione nell'acquisto di cimeli di dubbia provenienza. Supponiamo, dunque, che l'hobby sia una debolezza privata, ma privata anche o proprio perché, allo stato attuale del comune sentire, che sia giusto o sbagliato, legale o illegale, una parte più o meno consistente dell'opinione pubblica potrebbe ritenerla disdicevole.

A mio parere, ragioni di opportunità imporrebbero al politico di sospendere, per la durata della sua carica, la pratica di questo suo hobby, almeno per quanto attiene ai rapporti interpersonali. Che nel tempo libero si dedicasse, nel privato della sua abitazione, a lucidare cimeli e medaglie in solitudine, mi sembrerebbe tutto sommato innocuo. Ma che si facesse vedere da terzi nelle cantine in cui si scambiano scritti autografi del Führer, o che spendesse buona parte del proprio stipendio (uscito, ricordiamolo, dalle tasche di noi contribuenti) per acquistare memorabilia da ex gerarchi nazisti tramutatisi in antiquari paraguayani, lo riterrei ingenuo e imprudente. Astenersi da queste pratiche, metterle in soffitta, almeno fino al ritorno alla condizione di privato cittadino, dovrebbe essere una semplice regola di buon senso.

Queste considerazioni prescindono dalle mie personali simpatie o antipatie per nazisti, transessuali, mariti fedifraghi, prostitute, papponi e chi più ne ha più ne metta. Se leggete questo blog sapete che ritengo che in un'Italia ideale le persone transgendered dovrebbero avere gli stessi diritti di tutti gli altri, le pratiche sessuali nella sfera privata dovrebbero godere di piena libertà (purché non coinvolgano minori o animali), la prostituzione dovrebbe essere un mestiere come un altro e i suoi redditi contribuire al pubblico erario come quelli di tutti noi, lo sfruttamento della prostituzione andrebbe eradicato, e così via (mentre personalmente tendo a continuare a diffidare di chi colleziona cimeli nazisti). Ma non siamo in un'Italia ideale, e per un politico non ha importanza quello che penso io. Ha importanza che un politico si chieda: i miei comportamenti privati potrebbero essere considerati inopportuni da una parte significativa (diciamo, più del 5%) del mio elettorato? Se un hobby non è abbastanza mainstream da poter essere praticato alla luce del sole, a quali rischi mi espongo praticandolo in circoli ristretti? E se questo è un hobby che per mille motivi non ho il coraggio di praticare alla luce del sole, come potrò, nel corso del mio lavoro, trovare il coraggio per le misure impopolari (riformare la Sanità, snellire la pubblica amministrazione, introdurre la concorrenza nei servizi locali, denunciare gli appalti alla Mafia) che la pratica del buon governo mi imporrebbe, ma che possono trovare forse anche più oppositori delle mie debolezze private?

Chiamatemi moralista, ma la vedo così.

martedì 27 ottobre 2009

Essere interdisciplinari. Contro l'università corporativa

Dal mensile Ventiquattro (in edicola con Il Sole 24 Ore, chissà, magari lo comprate) un'interessante discussione a cura di Chiara Somajni dal titolo "Rompete le righe": come promuovere il sapere a cavallo tra discipline? Del lungo colloquio tra cinque esperti (un imprenditore tessile, un notaio, un biologo, un fisico-informatico, un economista) vi riporto qualche citazione sui temi caldi di università e ricerca - anche se la riforma in questi giorni in discussione, come era forse prevedibile, si occupa di altro.

Francesco Blasi, biologo molecolare: "La scienza va avanti in maniera strepitosamente veloce perché non ha limiti. Non così in Italia. All'interno delle nostre università, per logiche di potere, il processo di diffusione delle competenze è lentissimo. Si prenda la bioinformatica: se un biologo vuol fare dell'informatica, è un biologo o un informatico? Fino a poco tempo fa questa persona era destinata a non fare carriera."
Guido Guerzoni, economista delle istituzioni culturali: "Se non sei un cretino suicida, non porti le pubblicazioni che non afferiscono a un particolare raggruppamento disciplinare, perché potrebbero accusarti di essere indisciplinato. [...] Se all'estero i saggi a più mani di sociologi, economisti, storici e giuristi sono la norma, in Italia sono rarissimi."
Francesco Blasi: "In questi anni è nata una nuova disciplina, la biologia dei sistemi, dalle ricadute economiche e di salute pubblica incredibili [...] Ho il timore che in Italia questo sviluppo sia impedito a causa del sistema universitario pessimo. In primo luogo vanno rivisti la valutazione e il reclutamento delle persone, che soffrono del problema corporativo dei gruppi disciplinari: per diventare docente della tal materia devo essere esaminato da professori di quella materia, col risultatom tra l'altro, che se una disciplina ha un numero doppio di docenti, automaticamente riuscirà a sfornare un numero doppio di professori, anche se quella disciplina è morta. Seconda cosa, l'eliminazione dei concorsi. [...] L'unico modo è far sì che chi decide abbia un vantagio diretto nella scelta del candidato migliore, responsabilizzando rettori, presidi, direttori di dipartimento, componenti di una commissione giudicatrice. [...] Ci vogliono responsabilità anche sul piano economico. Rettori e presidi dovrebbero rispondere della scelta di mettere i soldi in una direzione piuttosto che in un'altra. Come in America: se sbagli salti."

martedì 20 ottobre 2009

Quattro giorni. Incominciamo a parlare del congedo di paternità obbligatorio

Voi sapete che, nella mia personalissima e minoritaria opinione, la parità tra i sessi deve cominciare da piccoli (raise boys and girls the same way) e deve essere sostenuta da meccanismi di enforcement abbastanza radicali, quali il congedo di paternità obbligatorio e lungo almeno quanto quello di maternità, se non di più.

Dettagli qui e qui, per chi vuole andarsi a riguardare i miei vecchi post da polemista intestardita.

Se siete d'accordo con me che i neopapà dovrebbero stare a casa per qualche mese (a cambiare i pannolini, non a giocare a calcetto!), vi farà sorridere una proposta di legge che prevede che stiano a casa per quattro giorni dopo la nascita del bebè. Giorni, non settimane o mesi.

Ma è questa la proposta di legge che, mi informa l'Associazione 360, sarà introdotta dalla deputata Alessia Mosca. Quattro giorni obbligatori per il padre, più altri quindici giorni di congedo facoltativi ma disponibili solo se è il padre a usufruirne.

Che cosa ne penso? Che è meglio di niente. Che spero che la proposta passi, perché se un uomo vuole avere un figlio ma poi non è disposto a staccarsi dal lavoro nemmeno per quattro giorni, allora non gli dovrebbe essere permesso di avere un figlio. Che c'è ancora tanta, tanta strada da fare.

Quattro giorni, meglio di niente.

domenica 18 ottobre 2009

Essere ancien régime. Viva Sabina Ciuffini

Come sapete, non guardo la televisione. (Faccio eccezione per la Nazionale di rugby e, a volte, per quella di calcio). La subisco ugualmente: nel suo strapotere nel mercato pubblicitario, nel chiacchiericcio da bar che genera sui social network, nelle risate che a volte arrivano dall'altra stanza quando cerco di dormire.

Ma ogni tanto, in televisione, capita anche che qualcuno dica qualche cosa che vale la pena di essere ascoltato. Tempo fa vi ho raccontato che, secondo un'organizzazione chiamata The World Revolution, le donne lavorano i due terzi delle ore lavorate al mondo, ma sono titolari del 10% dei redditi e dell'1% della ricchezza mondiale. Fatto poco ricordato, ma citato, per una volta, anche in televisione: nella trasmissione L'Infedele di Gad Lerner su La7, lunedì scorso. Ne parla oggi la rubrica Telesponda, a pag. 45 de Il Sole 24 Ore, riportando le parole di Sabina Ciuffini, definita "una donna ancien régime":

[...] Lunedì sera su La7 a dir la sua sull'uso in tivù del corpo femminile c'era Sabina Ciuffini [...] A un certo punto, timida ma non troppo, si inserisce nel dibattito in corso: chi comanda e chi obbedisce, in questo nostro povero Paese? "Voglio dire una parola da femminuccia", esordisce. E poi va svelta al nocciolo della questione: "chi comanda è il green power, il potere dei soldi..." Tutt'intorno si fa silenzio. Il che è giù qualcosa, trattandosi di un talk show. Lei ne approfitta, e rincara. Le donne, dice, per lo più non ne hanno, di soldi. Nel loro complesso, spiega, non posseggono più dell'un per cento della ricchezza mondiale. Direbbe anche altro, se gli esseri umani di sesso maschile gliene dessero modo.
Per fortuna, dopo un'altra mezz'ora tocca di nuovo a lei. [...] "Se non miglioriamo la nostra situazione economica, ragazze, è chiaro che una delle cose più spendibili che ci restano è la prima bellezza, la prima giovinezza." Ed è chiaro che alle donne tocchi di accosciarsi in mutande e in silenzio, appunto. Tutto il resto è chiacchiera.
Due signore sulla soglia della sessantina, Sabina Ciuffini e Rosy Bindi; due signore un po' ancien régime, e va bene così. Le parole di Bindi in risposta agli insulti del premier sono diventate, giustamente, famose. Ma prendete nota anche delle parole di Sabina Ciuffini. In quello che ha detto sta il bandolo della matassa del disempowerment delle donne nell'Italia di oggi.

sabato 17 ottobre 2009

L'ipotesi più affascinante, una "shock therapy" per la digitalizzazione dell'Italia

Rifletto, in ritardo, sul convegno di Capri organizzato da Between per fare il punto su banda larga, infrastrutture e servizi. Molto si è detto del ritardo dell'Italia nell'alfabetizzazione informatica, sulle responsabilità della domanda e dell'offerta, dell'uovo e della gallina. Molto si è detto delle persone che ancor oggi in Italia non usano Internet "perché non serve" e di quelle che vorrebbero usare Internet ma sono limitate alla velocità del dial-up, perché la banda larga si è fermata prima. Connivente, in questo, una pubblica amministrazione che oggi costringe i cittadini a contorsionismi borbonici (tutte le mattine che Dio manda in terra, lo sapevate?, ogni agriturismo italiano - e spesso sono imprese individuali - deve avere qualcuno che passa in Questura o dai carabinieri a lasciare le schede dei clienti che lì hanno pernottato) quando potrebbe con poco sforzo semplificar loro la vita (un portalino con autenticazione, i dati dei clienti via Web, e voilà).

Ma l'idea più affascinante che ho sentito è quella dello switch-off. Switch-off: a partire da una data x, adeguatamente preparata e comunicata, la Pubblica Amministrazione non eroga più servizi "analogici". Devi scegliere il medico di base? Non puoi andare all'ASL e fare una richiesta cartacea: puoi farla solo online. Devi pagare l'ICI? Non puoi andare allo sportello dell'esattoria coi soldi in mano, devi farlo online. Ti scade la carta d'identità? Il rinnovo lo chiedi online. E così via.

Tutto questo con "angels" a servizio delle fasce più deboli della popolazione (seduti a fianco del cittadino, non dall'altra parte della barricata), mestiere che potrebbe forse riassorbire una parte delle migliaia di sportellisti che lo switch-off andrebbe a rendere inutili.

Si potrebbe obiettare che smaterializzare il rapporto tra la pubblica amministrazione e il cittadino porterebbe a una depersonalizzazione che rischia di allontanare ulteriormente i cittadini dalla burocrazia. Ma perché? quando abitavo a Zurigo, la signora Angela Heller, impiegata nel dipartimento cittadino del traffico, mi ha erogato un permesso di parcheggio in base a domanda online e senza che dovessi presentarmi di persona al suo ufficio, al contempo rendendosi disponibile per ogni richiesta di chiarimento via telefono o e-mail (con tempi di risposta, appunto, svizzeri). Ebbene, mi sento molto più grata nei confronti della signora Angela Heller che nei confronti dei molti anonimi sportellisti italiani per i quali ho fatto la coda in altri tempi. (E non è neanche colpa loro, degli sportellisti. Le responsabilità sono dei nostri sindaci, dei nostri governatori, di tutti i leader della pubblica amministrazione che ci promettono l'e-government e non l'hanno ancora mantenuto).

Abbiamo gestito il passaggio dalla lira all'euro. Stiamo spegnendo la TV analogica per passare a quella digitale. Uno switch-off dei servizi allo sportello, per sostituirli con servizi online: possiamo farlo. Non vi sembra affascinante?

sabato 3 ottobre 2009

La Venaria Reale e tutti gli altri

Questa settimana Gian Antonio Stella ha raccontato sul Corriere la storia di un bene culturale fino a qualche anno fa pressoché sconosciuto, e ristrutturato a tempo di record: la Reggia di Venaria Reale nei pressi di Torino.

In meno di due anni dall' inaugurazione, non solo Venaria si è arrampicata al quinto posto fra i siti italiani più visitati dagli appassionati di arte dopo il Colosseo, Pompei, il sistema museale fiorentino e quello veneziano (più i Musei Vaticani, s' intende) [...] Con un incasso che dovrebbe superare i sei milioni di euro più un altro milione entrato nelle casse in gadget, libri, oggettistica, bar, ristorante e così via. [...] Come è possibile che per ogni visitatore Venaria incassi mediamente circa 10 euro e gli altri siti d' arte (104 milioni d' incasso per 33 milioni di ingressi) poco più di 3?
Sono del parere che non siano miracoli, ma solo buona gestione. E lo stesso fa intuire il rapporto consegnato dai consulenti di Roland Berger a Mario Resca, Direttore generale per la valorizzazione ai Beni Culturali, e sintetizzato da Antonello Cherchi sul Sole 24 Ore:
Da un fatturato di 40 milioni di euro a uno di 100. A tanto possono puntare le gestioni dei servizi aggiuntivi dei musei, che invece da tempo versano in una condizione di stallo [...] Sarebbero da considerare anche gli incassi delle mostre, che l'analisi non prende in considerazione perché non disponibili.
Sembra però che i casi virtuosi come Venaria siano molto meno di quelli sfuggiti a ogni controllo:
Dei 92 luoghi d'arte in cui funzionano servizi aggiuntivi, per ben 24 lo stesso ministero non conosce la data di scadenza della concessione.
Qual è la ricetta per avere più Venarie e meno "buchi neri"?

mercoledì 30 settembre 2009

Nudo sotto i vestiti

Vi parlo ancora del commissario Adamsberg dei romanzi di Fred Vargas. Parti in fretta e non tornare è uno dei pochi romanzi in cui il desiderio di Adamsberg per Camille è alimentato non dall'assenza ma dalla presenza.

Adamsberg rincasò a passo spedito, per essere sicuro di arrivare in tempo ad accogliere Camille. Fece una doccia e si sprofondò in poltrona a rimuginare per una mezz'oretta, non di più, perché in genere Camille era puntuale. L'unico pensiero che gli venne fu che si sentiva nudo sotto i vestiti, come spesso accadeva quando non la vedeva da un po'. Nudo sotto i vestiti, condizione naturale di ogni uomo. Questa specie di constatazione logica non lo turbava. Era un dato di fatto: quando aspettava Camille era nudo sotto i vestiti, mentre al lavoro non lo era. La differenza era evidente, fosse logica o meno.

domenica 27 settembre 2009

Anne Lauvergeon, leadership femminile in Areva

It's lonely at the top, dicono. Ancora di più quando si è donna, credo.

In una recente intervista al Financial Times Anne Lauvergeon, CEO di Areva, rivela di aver stabilito che tutti i comitati di governo dell'azienda dovranno essere composti almeno al 20% da donne. La notizia ha sorpreso perché Lauvergeon stessa, in passato, si era dichiarata contraria alle "quote", come lo sono altre donne autorevoli e che sono arrivate in posizioni di grande responsabilità anche in assenza di un'azione positiva per promuovere la leadership femminile.

Perché, dunque, ha cambiato idea? A mio parere la risposta è semplice. Perché continuare a fare le stesse cose (monitoraggio dell'equilibrio tra i generi all'ingresso, coaching, sostegno alla maternità) e aspettarsi, in termini di partecipazione delle donne al potere economico, risultati diversi da quelli - scarsi - degli ultimi 40 anni è follia. Perché abbiamo capito che senza uno shock esogeno, un forcing device, l'equità di genere nelle aziende non arriva mai. Mai.

Per l'Italia, sostiene in Meritocrazia che ci vogliono regole di azione positiva, sia pure temporanee, Roger Abravanel (che sta cercando di esercitare tutta la moral suasion di cui è capace nella revisione del Codice di autoregolamentazione delle società quotate); e su target espliciti di presenza delle donne ai vertici delle aziende ha cominciato a metterci la faccia qualche amministratore delegato, come Profumo in Unicredit e Guerra in Luxottica.

Non lasciamoli soli.