domenica 4 marzo 2012

Cultura e manifesti. Qualcosa non torna

Sono passate due settimane dalla pubblicazione del Manifesto per la cultura lanciato dall'edizione domenicale del Sole 24 Ore (testata per la quale non troppo tempo fa ho avuto il piacere e l'onore di lavorare). Essendo generalmente scettica su manifesti, appelli e tazebao, e firmando petizioni con estrema parsimonia, non ho inizialmente approfondito la questione a sufficienza da poter commentare.
La mia prima sensazione è stata che, per quanto drammatico possa essere il deficit di cultura umanistica nelle nostre istituzioni, dovrebbe allarmarci molto di più il deficit di cultura scientifica: tra le "due culture" quella che abbiamo più spesso relegato in cantina è stata quella dei numeri. Oggi, dopo un'attenta rilettura, mi sembra di poter dire quanto segue:
  1. Il manifesto del Sole è abbastanza equilibrato nel sostenere entrambe le culture così come il pensiero trasversale, chiarendo che "per 'cultura' deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza.
  2. Tuttavia, in un Paese in cui non abbiamo ancora capito fino in fondo quanti danni abbia fatto Benedetto Croce, il manifesto è stato quasi esclusivamente interpretato come un manifesto a favore della cultura umanistica. Per esempio il pur ben intenzionato Gian Antonio Stella, in prima pagina sul Corriere di oggi, ripropone cose già dette sulle cifre investite "sul nostro tesoro d'arte e paesaggi", i disastri dell'incuria e della cementificazione, la bellezza come valore morale: e così molti che si sono agganciati al manifesto per parlare di teatri, musei, biblioteche, archivi storici e così via. In Italia, purtroppo, l'"intellettuale" è chi ha scritto un romanzo, non chi ha studiato il funzionamento di una proteina. E tra le numerose adesioni al manifesto sarei curiosa di sapere quanti sono registi teatrali o ballerini classici, e quanti sono ingegneri informatici o docenti di scienze attuariali.
  3. Se dovessi scrivere io un manifesto, mi preoccuperei solo fino a un certo punto dello spauracchio che "sarà possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi sono Giotto, Leonardo o Michelangelo" (citazione di Stella da un bollettino della meritevole Italia Nostra): Michelangelo avrà sempre mercato, e se non lo conosceranno i diplomati italiani lo studieranno gli universitari giapponesi o i dottorandi canadesi. Mi preoccuperei molto di più del fatto che i punteggi degli studenti italiani nei test Pisa (che misurano le competenze di base della vita, anche nella matematica e nelle scienze) siano sotto ai punteggi di quasi tutti i loro coetanei negli altri Paesi Ocse. Mi preoccuperei del fatto che si possa essere eletti in Parlamento senza una laurea qualunque (e che tra i laureati nostri parlamentari, i più rappresentati siano quelli con laurea in Legge, come negli Stati Uniti; ci preoccupiamo tanto della minaccia cinese, e poi se vai a vedere scopri che a tutti i livelli la Cina è governata da ingegneri). Mi preoccuperei del fatto che gli italiani non sanno come leggere i risultati delle proprie analisi del sangue, che non hanno idea di come sia calcolato il tasso di inflazione, che abboccano alle pseudostatistiche come alle panzane e bufale che transitano sui media. Mi preoccuperei del fatto che la nostra lingua non abbia neanche un vocabolo corrispondente all'inglese "numeracy", e che lo si debba tradurre con circonlocuzioni quali "alfabetizzazione numerica" o "competenze numeriche".
Un manifesto per la cultura, oggi, in Italia, dovrebbe essere in primo luogo un manifesto per la cultura scientifica. Dovrebbe dire cose come: almeno un test di logica in ogni esame di maturità (certo, anche quella artistica); almeno un esame di statistica obbligatorio in tutti i corsi di laurea (certo, anche quelli in gestione dei Beni Culturali); almeno una verifica di numeracy ogni cinque anni per gli insegnanti di ogni ordine e grado (certo, anche quelli di Storia); e così via. Ma vi ho appena detto che sono scettica sui manifesti: quindi mi fermo qui. Se mi legge qualcuno dello staff del Ministro Profumo, sarei curiosa di sapere che cosa ne pensa.

venerdì 24 febbraio 2012

Manager pubblici e benchmark privati

Ora che conosciamo le retribuzioni dei più pagati tra i manager pubblici, ci possiamo porre una semplice domanda. In un regime di mercato, in un'azienda non statale, date le loro competenze, la loro leadership, la loro capacità di produrre risultati, sarebbero pagati nella stessa misura?
(Una società specializzata in assessment, valutandoli, potrebbe dirci molto in materia).
Se la risposta è sì, non c'è motivo di polemica.
Se la risposta è no, allora è giusto dubitare che siano soldi ben spesi.

sabato 18 febbraio 2012

Se passate alla Triennale

Fino al 31 maggio 2012 c'è Open.
Tags: cibo, design, arte, musica, famiglia, sport, altre idee.


lunedì 6 febbraio 2012

Pubblicità regresso: Fiat 500 Abarth

E così, da bravi italiani, siamo andati con Fiat al Superbowl e ci abbiamo messo dentro uno spot con una mentalità vecchia di decenni, dove l'auto si incarna in una donna che porge le terga e la donna strapazza l'uomo che la desidera. E non ci siamo fatti mancare nemmeno la schiuma bianca del cappuccino che cola tra i seni della donna. Ho trovato questo linguaggio pubblicitario irritante al massimo grado. L'era a cui appartiene è finita, e non ci vogliamo tornare. Inventiamo qualcos'altro, per favore. 

sabato 4 febbraio 2012

Alla scoperta della Fondazione Cineteca Italiana

Ho sempre sostenuto che l'offerta culturale di Milano, per quanto non confrontabile con quella di metropoli come Parigi o Londra, è di gran lunga superiore alla capacità di consumi culturali di cui il tempo libero dei milanesi permette loro di godere. Oggi vi parlo della Fondazione Cineteca Italiana, una non-profit in cui da quest'anno sono stata nominata a far parte del Consiglio di Amministrazione in seguito al bando di nomine 2011/5 del Comune di Milano. (Il bando attualmente aperto, per chi desidera candidarsi al servizio di piccole e grandi realtà milanesi, è qui).
Forse avete distrattamente conosciuto la Fondazione imbattendovi in qualche proiezione interessante allo Spazio Oberdan o frequentando il Museo del Novecento. Ma c'è molto di più da scoprire:
  • L'attività di conservazione, restauro e digitalizzazione del patrimonio cinematografico, con uno tra i più importanti archivi di film in nitrato dall'epoca del film muto (nell'immagine, l'attrice, regista, sceneggiatrice e produttrice Elettra Raggio nel manifesto del film La Valanga, 1919). La Cineteca restaura anche archivi filmici aziendali, come nel caso della serie Pirelli in 35mm;
  • Le rassegne cinematografiche, con i festival annuali Il cinema italiano visto da Milano e, per i bambini, Piccolo grande cinema, e con il programma continuo di proiezioni alla Sala Alda Merini dello Spazio Oberdan (Porta Venezia) - un esempio: David Lynch dal 1° al 16 febbraio - e alla doppia Sala Area Metropolis di Paderno Dugnano;
  • Il Museo Interattivo del Cinema, un piccolo museo didattico destinato alle scuole, aperto di recente nella sede della ex Manifattura Tabacchi di Viale Fulvio Testi 121. 
Oggi e domani, sabato 4 e domenica 5 febbraio, si inaugura una terza sala di proiezione, attigua al Museo nella sede di Viale Fulvio Testi; in questa occasione il museo sarà aperto con ingresso gratuito, oggi dalle 15 alle 20 e domani dalle 15 alle 19. La nuova sala ospiterà quattro proiezioni del documentario Il sorriso del capo, che il regista Marco Bechis ha realizzato con materiali di archivio dell'Istituto Luce per raccontare i meccanismi del consenso nel regime di Mussolini (oggi alle 18 - posti già esauriti - e domani alle 15, 16:30 e 18).
La Cineteca si è da poco affacciata anche su Facebook e Twitter: vi invito a seguirla con me e a diffondere nei vostri network la conoscenza delle tante perle nascoste che questa piccola Fondazione aggiunge al panorama culturale milanese.

domenica 22 gennaio 2012

La crescita possibile

La notizia è che Roger Abravanel, autore di Meritocrazia, e Luca D'Agnese, coautore con lui di Regole, stanno scrivendo un nuovo libro. Conterrà un'agenda di governo: per quel che resta del governo Monti e per quello che verrà dopo. Uscirà, probabilmente a maggio, per i tipi dell'editore Garzanti. Titolo provvisorio: La crescita possibile.
(Qui i gruppi Meritocrazia su Facebook e Meritocrazia su LinkedIn, e la pagina Regole su Facebook.)

domenica 15 gennaio 2012

Piccoli segni di Paese normale

Mario Monti stringe la mano al Papa invece di inchinarsi e baciargli l'anello.
Elsa Fornero chiede ai giornalisti di essere chiamata Fornero, non "la Fornero".
In questo governo si può avere i capelli bianchi e non doverli per forza tingere. Si può avere una ruga in mezzo alla fronte e non doverla botulinizzare. Si possono persino avere le orecchie a sventola senza che sia obbligatoria la correzione chirurgica.
E' vero che è solo forma e che c'è tanto lavoro di sostanza da fare. Ma sono piccole cose, segnali incoraggianti, primi sintomi di Paese normale.

sabato 3 dicembre 2011

In galera. Per sopravvivere

Nota: il titolo e il contenuto di questo post sono quelli di un articolo di Ernesto Galli della Loggia comparso sulla rivista Style dell'ottobre 2011. Avrei preferito linkarlo e commentarlo, ma non l'ho trovato da nessuna parte in rete, nemmeno nelle rassegne stampa, quindi l'ho trascritto. L'enfasi è mia. Mi sembra una buona lettura per un weekend di manovra.

Lo so che con quello che dico mi accingo a scrivere sto per violare i principi consacrati della libertà individuale e dell'antistatalismo cari - e giustamente! - al rigoroso liberalismo dei miei amici Giuseppe Bedeschi e Piero Ostellino. Ma evidentemente delle due l'una: o io non ho la loro stessa fermezza teorica, sono un liberale per così dire all'acqua di rose, oppure sono talmente infuriato da mettere da parte, a causa dell'esasperazione, qualunque principio. In effetti è così: sono esasperato. E di conseguenza ho deciso di infischiarmene del liberalismo, del garantismo, della presunzione d'innocenza e compagnia bella. Me ne infischio di qualunque norma o comandamento ideologico purché mi sia consentito di raggiungere lo scopo che inseguo da una vita: vedere finalmente un evasore fiscale - almeno uno! - in manette.

E' basso desiderio di vendetta? Non solo, non solo. Certo, lo ammetto, il desiderio di vendetta c'è verso chi si sottrae a un dovere al quale io invece mi sottometto. "Perché tu sì e io no? Così t'impari a fare il furbo!". Ma c'è un motivo più importante di quello della vendetta dietro il mio desiderio di vedere gli evasori smascherati anche con metodi poco ortodossi e schiaffati in galera. Se si trattasse solo di vendetta i rimbrotti dei custodi del liberalismo sarebbero alla fin fine giustificati: lo Stato non conosce (e tanto meno è autorizzato a praticare) la vendetta. Ma qui, io credo, si tratta di qualcosa d'altro: si tratta di legittima difesa e di salvezza della Repubblica. Cioè di circostanze eccezionali nelle quali è lecito mettere da parte i principi e le norme che regolano abitualmente una società perché in gioco è in qualche modo la vita stessa di quella società, la sua sopravvivenza. Circostanze nelle quali diventa ammissibile anche l'impiego di mezzi o l'adozione di comportamenti altrimenti proibiti.

Mi viene in mente quanto accadde a suo tempo con il terrorismo e quanto accade ancora oggi con la criminalità organizzata. Per far fronte all'attacco del primo e per spezzare i legami tra i capi criminali in carcere e i loro gregari in libertà, lo Stato italiano ha adottato pratiche d'azione (ricordo l'episodio di via Fracchia a Genova, all'indomani dell'assassinio di un carabiniere nella stessa città, gli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa irruppero in un covo delle Brigate rosse provocando la morte di quattro terroristi) e/o provvedimenti legislativi (vedi la legislazione premiale sui pentiti, o ancora di più il 41 bis sul carcere duro in regime d'isolamento per mafiosi e camorristi) che certamente avrebbero dovuto, e dovrebbero, far storcere parecchio il naso ai custodi del liberalismo, del garantismo, dello Stato di diritto ecc. ecc. Eppure, che io ricordi (posso sbagliarmi, e allora sono pronto a ricredermi e a scusarmi) né Ostellino né Bedeschi - a differenza per esempio dei radicali - hanno trovato nulla da ridire in merito. Evidentemente perché nei casi che ho ricordato esiste una questione di forza maggiore che s'impone su qualsiasi altra.

Ebbene, la stessa cosa può dirsi, eccome, per l'evasione fiscale. Oggi sul problema della finanza pubblica lo Stato italiano si gioca né più né meno che la sua stessa sopravvivenza, la sopravvivenza della sua sovranità, della sua possibilità di esistere come soggetto politico autonomo. L'evasione fiscale, insomma, cari amici liberali, distrugge di fatto le basi della convivenza sociale e dell'esistenza dello Stato. E noi di fronte a un pericolo del genere dovremmo farci fermare da qualche scrupolo garantista sulla privacy o sulla scarsa moralità della delazione? Ma vogliamo scherzare?

domenica 27 novembre 2011

Bambini a Milano, sabato 3 dicembre alla scoperta di Pipilotti Rist

Quello che vedete in questa foto non è solo un lampadario fatto di mutande, ma anche un'opera (Cape Cod Chandelier) dell'artista svizzera Pipilotti Rist, parte della sua mostra Parasimpatico in corso all'ex Cinema Manzoni, a cura di Massimiliano Gioni (fino al 18 dicembre).
Sabato 3 dicembre ci saranno quattro visite guidate dedicate ai bambini dai cinque anni in su (ore 11:30, 14:30, 16:00 e 17:30). Dal comunicato che racconta l'iniziativa:
A ogni bambino verrà data una torcia elettrica, per permettergli di muoversi con facilità negli spazi del cinema: in piccoli gruppi, con la guida degli operatori, i piccoli visitatori esploreranno in lungo e in largo la mostra. Come in una speciale caccia al tesoro, i bambini dovranno aguzzare la vista e scoprire il maggior numero di oggetti nascosti all’interno dei lavori dell’artista svizzera. Oggetti che molto spesso sono presentati fuori dal contesto quotidiano e sono messi in scena in modo ironico e inusuale. Le torce diventeranno in questo modo l’elemento simbolico per dialogare con il mondo di Pipilotti Rist, strumento di gioco e insieme di conoscenza. I bambini si trasformeranno così in piccoli “critici”, invitati a osservare le opere esposte anche nei minimi dettagli. Di fronte all’universo incantato di Pipilotti Rist – la Pippi Calzelunghe dell’arte contemporanea – fatto di lampadari di biancheria intima, bolle di sapone giganti, luci variopinte, prati fioriti e animali curiosi – i bimbi saranno chiamati a parlare di quello che vedono, a esprimere i loro pensieri, a raccontare le storie che si nascondono dietro agli oggetti e ai personaggi in cui si imbatteranno. A conclusione di questo percorso di scoperta, i piccoli visitatori dovranno scrivere o disegnare quello che hanno visto, reinterpretandolo secondo la loro personale sensibilità, esperienza e fantasia.
La prenotazione è obbligatoria (rsvp@fondazionenicolatrussardi.com).

domenica 20 novembre 2011

Donne e mercato del lavoro, una modesta proposta


Uno dei fattori che distinguono l'Italia nel contesto europeo è la maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza in condizioni di occupazione delle donne. Assicurare la piena inclusione delle donne in ogni ambito della vita lavorativa ma anche sociale e civile del Paese è una questione indifferibile.
È necessario affrontare le questioni che riguardano la conciliazione della vita familiare con il lavoro, la promozione della natalità e la condivisione delle responsabilità legate alla maternità da parte di entrambi i genitori, nonché studiare l'opportunità di una tassazione preferenziale per le donne.
Sono parole del Presidente del Consiglio Mario Monti, tratte dal discorso con il quale ha chiesto e ottenuto, giovedì 17 novembre, la fiducia del Senato. Delle "questioni che riguardano" le donne parlo da tempo in questo blog, e sapete che ho sostenuto la legge Golfo-Mosca sulla rappresentanza di genere nei CdA e il congedo di paternità obbligatorio, mentre ho qualche dubbio di costituzionalità sulla proposta Alesina-Ichino di "tassazione differenziata per le donne", citata anche dal Presidente Monti, e penso che gli asili nido siano di grande aiuto alle madri come individui, ma non siano la risposta a livello sistemico.
E' altresì ovvio che la tutela della maternità debba essere parificata tra lavoratrici dipendenti e lavoratrici autonome: ma qui c'è qualcosa che nessuno dice: parificare vuol dire che la maternità delle lavoratrici dipendenti deve essere più breve.
Il fronte di quelli che vogliono le donne a casa è molto ampio, quindi accorciare la maternità potrebbe essere ancora più difficile e controverso che spostare l'età pensionabile degli italiani. Parlate però con chi gestisce un'impresa, e vi dirà che spesso si abusa delle tutele a disposizione. Non so se è vero e non ho trovato una fonte che corrobori questo dato per il complesso delle aziende italiane, ma un imprenditore con cui ho parlato mi ha detto: "Per qualche strana ragione, il 70% delle gravidanze in azienda sono gravidanze a rischio" (ed è un posto in cui si fa lavoro d'ufficio, non una fonderia o una miniera). Se così fosse, si tratterebbe di un grave abuso da parte di donne che, approfittando di certificati emessi da medici compiacenti, si procurano un vantaggio personale, ma causano un danno a tutte le altre donne, quelle che vogliono fare carriera ma sono discriminate perché il datore di lavoro teme che possano comportarsi come le colleghe che stanno a casa un anno e mezzo per ogni figlio. E allora, ecco la modesta proposta: cominciamo dal reprimere questi abusi. In galera i medici che firmano i finti certificati di gravidanza a rischio. 
Poi, facciamo anche le riforme.