sabato 23 febbraio 2008

Da qui all'8 marzo: il corpo delle donne

Si avvicina l'otto marzo, e anche quest'anno ci sarà poco da festeggiare. Anzi, quest'anno ce ne sarà ancora meno, temo.

A metà degli anni '90, quando vivevo negli Stati Uniti, ero piuttosto turbata non solo dall'importanza dell'aborto come tema di dibattito politico, ma anche dalla violenza in cui il dibattito frequentemente sfociava. Medici, infermieri, receptionist, e addetti alla sicurezza venivano gambizzati, pugnalati, bombardati e uccisi perché lavoravano in cliniche dove era possibile abortire - e, nei casi più surreali, anche in cliniche ginecologiche che non avevano mai eseguito aborti.

Io, da italiana laica, ero molto stupita, e pur con tutti i difetti dell'Italia non potevo fare a meno di provare un lieve senso di superiorità, venendo da un Paese che si era ormai lasciato alle spalle le battaglie degli anni '70 sul corpo delle donne, e, chiusa da un pezzo la stagione referendaria sull'interruzione volontaria di gravidanza, iniziava a dilettarsi di altri temi politici (le ricadute di Tangentopoli, l'ascesa politica di un carismatico imprenditore che amava raccontare barzellette, e così via). Mi vantavo scioccamente, mi rendo conto ora: perché tutte le conquiste per la libertà delle donne sono fragili e reversibili, e perché sto cominciando a temere che anche in Italia nei prossimi cinque anni avremo cliniche incendiate e medici uccisi. Dite che da noi non può accadere? Pensateci meglio. La Chiesa cattolica è sempre più all'attacco, i diritti della legge 194 sono sempre più frequentemente negati, la pagina di Wikipedia sulla medesima legge non esiste, e l'ipocrita barzellettiere di cui sopra ha trovato politicamente utile appoggiare la folle richiesta all'ONU di una moratoria sull'aborto, forse dimenticando che la sua stessa moglie, Veronica Lario, è passata attraverso questa dolorosa esperienza all'inizio degli anni '80, per non mettere al mondo un bambino che non sarebbe nato sano.

Vorrei liquidare in poche righe la mia posizione personale su questo tema, per poi passare a un'argomentazione di storia sociale da sottoporre anche a coloro la cui etica personale non coincide con la mia. Posizione personale: dire che una blastocisti o un embrione è titolare di un "diritto alla vita" è a mio parere un'assurdità. Fine della posizione personale.

Argomentazione di storia sociale. Se anche volessimo considerare la donna come una macchina per figli; se anche volessimo dare come unico obiettivo della donna il successo riproduttivo, ovvero, in termini biologici, la generazione di figli che a loro volta arriveranno a generare altri figli; se anche, insomma, volessimo ridurre la nostra esistenza alle sue minime basi animali e primitive (e non credo che vogliamo), resteremmo di fronte a un dato antropologico: il successo riproduttivo di una donna non passa per la massimizzazione del numero di gravidanze portate a termine. Al contrario, le donne (traggo queste notizie da Mother Nature dell'antropologa e primatologa Sarah Blaffer Hrdy), in tutte le società umane, hanno cercato di garantire il loro successo riproduttivo facendo passare un sufficiente intervallo di tempo tra un figlio e l'altro ("spaziatura" delle nascite): o, almeno, tra un figlio e l'altro che si è in grado di allevare. Da che mondo è mondo, di conseguenza, accade questo:

  • Quando l'aborto è meno rischioso dell'abbandono e dell'infanticidio, le donne ricorrono all'aborto.
  • Quando l'aborto è più rischioso dell'abbandono e dell'infanticidio, le donne ricorrono all'abbandono e all'infanticidio.
Lo storico John Boswell ha mostrato (in The Kindness of Strangers) come la pratica dell'abbandono dei neonati in eccesso sia stata diffusa in ogni epoca storica. Tra gli antichi romani era considerato diritto dei genitori abbandonare un neonato; nelle classi urbane dei primi tre secoli dell'era cristiana, si stima che tra il 20 e il 40 per cento di tutti i neonati venissero abbandonati. Gli studi (citati nel libro di Sarah Blaffer Hrdy) che David Kertzer ha condotto sui registri degli orfanotrofi italiani dal Medioevo all'Ottocento hanno mostrato che, per secoli, tra il 10 e il 20 per cento dei neonati delle città e delle campagne italiane sono stati abbandonati, con punte del 40 per cento negli anni di carestie ed epidemie. Secondo gli stessi registri, il tasso di mortalità infantile negli orfanotrofi, in assenza di latte materno con cui nutrire i neonati, arrivava all'80%: si può quindi capire come l'abbandono fosse una soluzione "morale", approvata e incoraggiata dalla Chiesa, che però, nei fatti, aveva esiti non molto diversi dall'infanticidio.

Per fortuna, sui giornali italiani ogni tanto si legge ancora qualche dichiarazione di buon senso, come quelle di oggi del ginecologo torinese Silvio Viale in risposta alla senatrice Binetti: dire che bisogna arrivare ad azzerare gli aborti è come dire di voler abolire la miseria nel mondo. Oppure, aggiungo io, è come dichiarare che si preferisce l'abbandono e l'infanticidio. Fate voi.

10 comments:

Nicola ha detto...

A proposito di storia sociale: mi hai fatto ricordare un articolo che avevo letto sul ricco business del "baby farming" nell'Inghilterra vittoriana. I "farmers" erano famiglie che, a pagamento, si offrivano di prendersi in casa i neonati sotto due mesi o i bambini malati, con la tacita intesa di provvedere alla loro eliminazione. L'articolo è questo.

Paola ha detto...

Grazie Nicola. Non si finisce mai di imparare...

Gianni ha detto...

Secondo me bisognerebbe uscire dal dualismo "aborto SI/aborto NO". L'obiettivo di ridurre il numero complessivo delle interruzioni di gravidanza è condivisibile da tutti o quasi. I mezzi per ridurre questo numero possono anche essere (con buona pace dei vescovi):
- piu' educazione sessuale
- maggiore diffusione dei contraccettivi (preservativo, pillola, ecc)
- maggiori servizi e sostegni per la famiglia in genere (asili nido, congedi, sostegni economici).
- eventualmente anche l'astinenza sessuale (per chi la sceglie liberamente).

Ecco una possibile sintesi:
http://www.flickr.com/photos/23950848@N05/2279643355/in/photostream/

Limitarsi a vietare l'aborto tornando indietro di trent'anni (per quel che riguarda l'Italia) o fare pressione psicologica l'ultimo giorno dell'ultima settimana, invece, sono sicuramente mezzi fallimentari per raggiungere l'obiettivo.

mc582 ha detto...

Proprio stasera ho visto "4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni", film~capolavoro che consiglio per capire 2 cose:
1. Le conseguenze della proibizione dell'aborto
2. Il fatto che di fronte a un aborto ogni donna e' sola e quindi devono esserle garantite tutte le possibili tutele

Blue ha detto...

Bellissimo post. Non sapendo dir meglio, l'8 marzo lo linkerò dal mio blog. Ciao.

ultrainternet ha detto...

io stò su Virgilio e vengo poco quì; comunque srivi di tutto; non capita trovarne in giro . Un saluto dall'Arcanave

kttb ha detto...

Nei primi anni '70, quasi adolescente, avevo un viziaccio pessimo: origliavo.
Fingevo di essere assorto nei fatti miei e in realtà ascoltavo,
specie quando il tono di voce degli adulti si abbassava improvvisamente.
Anche grazie a questo vizio so che
chi aveva i soldi andava ad abortire a Londra,
chi non poteva permetterselo rischiava la vita.
In Italia non muore più nessuno di aborto, perché una legge civile
ha messo fine a una situazione incivile.
Una blastocisti ha diritto alla vita?
Non lo so con certezza, ma non lo sa nessuno.
Quindi, che la scelta venga fatta
da chi ne ha di certo il diritto.

Specifico che ho tre figli.
Le tre collezioni di ecografie che ho alle spalle
fanno sì che non riesca più a guardare all'ammasso di cellule in crescita (con già il cuore che batte) senza un coinvolgimento emotivo. Tuttavia, resto della stessa idea: è diritto di una donna decidere se continuare o meno la gravidanza.
E' dovere di uno Stato civile fornire le strutture sanitarie per farlo.
Senza costringere i medici obiettori.

Gianni Lombardi ha detto...

Segnalo queste interessanti considerazioni sui tassi di natalita' e aborto fra le minorenni dei maggiori paesi industrializzati:

http://caminadella.wordpress.com/2008/02/26/da-cosa-dipendono-i-tassi-di-aborto/

alebegoli ha detto...

Penso che ai vari Ferrara & gerarchie vaticane degli embrioni abortiti gliene freghi poco o niente. Il succo della questione è mettere in discussione il diritto all'autodeterminazione, in primis delle donne, ma in generale di chiunque non ritenga di dover essere tutelato da un ente morale superiore.

Altrimenti non si spiegherebbe la superficialità assoluta di certe prese di posizione, tipo "spero di avere il Klinefelter", o "facciamo il funerale ai feti abortiti".

Terribilmente istruttivo l'articolo citato da Nicola. Bella la vita in una società di "solidi principi morali", eh??

Anonimo ha detto...

Per amore di precisione (e anche un po' di wikipedia)

http://it.wikipedia.org/wiki/Aborto_%28legislazione%29

it.wiki ha deciso di non fare voci sulle singole leggi e nel caso andrebbero cercate con l'indicazione dell'anno ;-)