Da qui all'8 marzo: le carriere delle donne
Terzo e ultimo post sul tema "niente da festeggiare". Niente da festeggiare, perché anche nel mondo del business siamo in pieno stallo.
Le poche donne ai vertici delle aziende italiane, è noto, continuano a essere in gran parte le figlie, mogli, sorelle o vedove dell'imprenditore di turno. Le giovani, in assenza di role model, demotivate e incerte, si tirano fuori dalla corsa: mai vista in giro tanta voglia di rinuncia. Quelle della mia generazione si guardano intorno - nelle aziende, nelle professioni - e si chiedono: come abbiamo fatto a rimanere così in poche?
(In quindici anni di lavoro in Italia, in due diverse aziende, non ho mai avuto una collega che sia riuscita ad ottenere una promozione dopo essere rientrata da un periodo di maternità. Anzi, ne ho avuta una, ma era un'italiana promossa nell'ufficio di Londra. Al di fuori delle aziende in cui ho lavorato, ne conosco pochissime. Conosco, ovviamente, dozzine di uomini promossi dopo la paternità. Eppure non è neanche solo questo. Anche le donne che non hanno figli, mi pare, pagano lo stigma dell'appartenenza al genere sbagliato.)
Quand'ero al liceo e all'università, la mia generazione - forse sull'onda di un certo yuppismo anni '80 - aveva un sacco di voglia di fare carriera. Erano gli anni - vi ricordate? - in cui divenne famosa Marisa Bellisario. Credevamo che avesse sfondato il soffitto di vetro, e che dopo di lei noi avremmo incontrato ostacoli molto minori. Poi Marisa Bellisario morì di cancro, e di donne che si erano fatte da sé non se ne videro più per un bel po'. Cominciammo a capire che non eravamo su una semplice scala che si fermava davanti a un soffitto di vetro, ma ci muovevamo dentro un labirinto: un posto dove a ogni svolta si possono trovare cattive soprese, si torna sui propri passi, si procede senza sapere quale sia la direzione giusta e quale quella sbagliata, e si rischia di perdersi.
Nel frattempo, ci siamo riempite gli scaffali di ricerche secondo cui le aziende che non promuovono il talento delle donne rischiano di lasciare sul tavolo un'opportunità di performance. In Europa, le aziende con la proporzione più alta di donne nelle posizioni di leadership battono i comparables di settore in termini di ROE, risultati operativi e crescita delle quotazioni di borsa (fonte: McKinsey, Women Matter). Negli Stati Uniti, la presenza di più donne nei consigli di amministrazione delle Fortune 500 si correla con risultati finanziari significativamente migliori (fonte: Catalyst, The Bottom Line). Le dinamiche dei consigli di amministrazione migliorano significativamente una volta raggiunta la soglia di tre donne membri del CdA (fonte: Kramer e Konrad, "How Many Women Do Boards Need?", Harvard Business Review). Voi direte: non vuol dire niente, magari erano aziende che già andavano bene e che proprio per questo si sono potute permettere il lusso di mettere delle donne in posizioni di potere. E io rispondo: benissimo. Voglio vivere in un'azienda che se li prende, questi lussi. Voglio proprio vedere se con le donne va peggio. Mi piacerebbe almeno farlo, l'esperimento.
Fin qui sono accademica, lo so: e non è che le aziende italiane stiano poi tanto ad ascoltare i professori di Harvard. In Italia, dove spesso il pregiudizio è così profondo e sistemico da essere oppressivo e insultante (ho visto aziende dove le uniche donne che giravano ai piani alti erano segretarie vestite da veline), che cosa possiamo fare? Anni fa pensavo che potessimo farcela lavorando a testa bassa, ventre a terra. Lavorando mentre gli uomini guardavano la partita. Lavorando mentre gli uomini stavano alla macchinetta del caffè. Lavorando mentre gli uomini giocavano a golf. Ma non funziona così, da nessuna parte. (Non è un caso che Hillary Clinton stia risultando perdente per l'eccessiva competenza; ma se Barack Obama fosse una donna, sarebbe già stato tagliato fuori per manifesta incompetenza.) Non funziona così. Essere più brave non basta.
Oltre ad essere brave, dobbiamo imparare ad alzare la testa. A passare tempo alle macchinette del caffé. A scambiarci informazioni e dritte. A formare alleanze di potere nei bagni delle donne.
E poi, soprattutto, dobbiamo cambiare qualcosa a livello di sistema. Le quote di donne nei CdA delle aziende quotate, come in Norvegia? Anni fa vi avrei detto che le quote sono sbagliate, discriminatorie al contrario, ingiuste, umilianti, eccetera. Ma ho cambiato idea. Ho cambiato idea perché continuare a fare la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso è la definizione di follia. Bisogna fare qualcosa di diverso.
Non è detto per sempre: propongo una misura temporanea. Per una ventina d'anni, diciamo. Meno di una generazione. Dal 1° gennaio 2010 al 1° gennaio 2030, il 40% dei consiglieri di amministrazione nelle società quotate devono essere donne, a pena di gravi sanzioni. Sei mesi per mettersi in regola, altrimenti poi si consegna la società a un tribunale per la liquidazione. Non sto scherzando. In Norvegia si stanno tutti mettendo in regola.
E adesso, non volevo fare un discorso politico, ma capite anche perché le elezioni sono importanti. Perché le leggi si fanno in Parlamento, e perché dobbiamo votare per avere parlamentari capaci di fare leggi come questa. Se non lo facciamo, avremo un'altra legislatura che fa solo gli interessi degli uomini.
Candidati e candidate, con quale programma venite a chiedere il nostro voto?
6 comments:
Oltre alla quota suggerirei un contributo maternità. Se, per esempio, si permettesse di detrarre dall'imponibile il costo della baby sitter anziché considerarlo un lusso per i ricchi, sarebbe un bel passo avanti. Dico questo perché credo che molte donne non arrivino nemmeno a sfiorare la possibilità di entrare in un cda. Si arrendono prima. Per la complessità, talvolta impossibilità di gestire due desideri (lavoro e famiglia) che solo l'incuria dei nostri governanti ha reso pressoché inconciliabili. Renderei deducibile anche la "colf". Altro bello sgravio di lavoro per le donne. A questo punto, con un 50% di tempo ed energie in più sarebbe più facile avvicinarsi alla zona cda. Della mia generazione, le donne in partenza erano quasi la metà. Oggi ne vedo pochissime ancora in giro, quasi nessuna ai vertici. Sparite.
Scusa Paola, ma se non ho frainteso mi sembra che tu sostenga che anche nella tua precedente e più che decennale esperienza lavorativa, nessuna tua collega è mai stata promossa dopo una maternità. Ho capito correttamente ?
Gian Piero Alpa
Sì Gian Piero. Per quel che ho visto, nei luoghi dove ho lavorato, la maternità ha condotto di solito alle dimissioni oppure a rientrare nella posizione occupata precedentemente, ma in questo caso senza progredire oltre quella posizione. Questo con riferimento all'Italia: come accennato, per le colleghe che lavoravano al di fuori dell'Italia non era sempre così. Parlo solo della mia esperienza individuale, e spero che le cose stiano cambiando anche negli ambienti che ho conosciuto di persona. Ciao.
Io lavoro un un'azienda piccola, di cui sono l'AD, e quindi da me queste cose non succedono. Io, fra parentesi, sono andata in maternità e sono rientrata, sempre rimanendo AD.
Ciò premesso, mi sento sempre una mosca bianca, perché la norma è assolutamente quella che descrivi tu.
E concordo anche con la terapia: su la testa, e prendersi le cose e il potere, invece che far vittimismo.
Quello che dici mi dispiace, soprattutto per quanto riguarda il nostro comune former employer. Evidentemente "Women Matter", ma meglio se a casa degli altri, un po' come i termovalorizzatori. Curiosamente, negli ultimi 2 anni per le posizioni direttive ho assunto solo donne, non per una questione di genere, ma semplicemente di merito. Finora non ho avuto motivo di rammaricarmene: una di loro è anche andata in maternità ed è felicemente ritornata, più brava e motivata di prima.
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