sabato 12 aprile 2008

Perché non sono gli asili nido la risposta

Oggi sono in vena (pre-elettorale) di controversie. E, visto che è sabato, faccio l'economista da weekend.

La cosiddetta behavioral economics è una disciplina complessa basata su una premessa molto semplice. La premessa, empiricamente verificata, è che le persone si comportano in maniera razionale in risposta agli incentivi che affrontano. Gli incentivi sono di due tipi: bastoni e carote. Gran parte delle inefficienze del mondo nascono dall'esistenza di incentivi sbagliati, o di sbagliate combinazioni di bastoni e carote.

I programmi elettorali, di questi tempi, soprattutto per le donne (più propense al fioretto che alla clava, come ha fatto notare di recente un politico pugliese), sono pieni di carote. La promessa di diffondere gli asili nido sul territorio, per esempio, è una carota offerta sull'altare dell'aumento dell'occupazione femminile: ma rischia di essere uno zuccherino. Come sapete, io sono tra quelli che sostengono che per spezzare i circoli viziosi le carote non bastino, ma servano anche e soprattutto i bastoni. In particolare, ne servono due (maggiori dettagli qui):

  • Il congedo di paternità obbligatorio per i padri, di uguale durata al congedo di maternità (che dovrebbe essere il più breve possibile);
  • Le quote di donne, a mo' di Norvegia, nei consigli di amministrazione delle aziende. (Sbagliate, umilianti, discriminatorie al contrario, eccetera: vero. Ma sono quarant'anni che proviamo ad arrivarci solo per bravura. Come ha scritto Rita Mae Brown, follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi).
Ma perché gli asili nido non bastano, e forse addirittura peggiorano la situazione? Perché rischiano di fare da incentivo per esiti contrari a quelli che si vogliono ottenere. Se quello che si vuole ottenere è un successo delle donne nel mondo del lavoro che sia commisurato al loro talento e al loro impegno (e un successo minore rispetto al potenziale, in termini economici, è un'inefficienza), temo che gli asili nido siano inefficienti. Fate un esperimento mentale: immaginate un'improvvisa proliferazione di asili nido. Che segnali darebbe? Che incentivi trasmetterebbe?
  • I padri, ancora più che oggi, si laverebbero le mani della cura della prole in tenera età. "Tanto c'è l'asilo nido, no?" L'asilo nido, l'asilo, la scuola sono bellissime cose ma deresponsabilizzano i padri (quante volte avete visto i padri andare a colloquio coi professori?) e lasciano alle madri la responsabilità del bebé nelle, chessò, 16 ore al giorno in cui non funziona l'asilo nido (che sono sempre 16 ore di lavoro, intervallate da brevi pause di sonno per le più fortunate).
  • Le donne che oggi sono indecise se avere un figlio o no potrebbero avere la tentazione di buttarsi nell'avventura, pensando "poi c'è l'asilo nido". Ma poi, appunto, si scopre che ci sono anche le altre 16 ore al giorno. E, finché non c'è il congedo di paternità obbligatorio, succede quello che abbiamo visto.
  • I politici, per l'occupazione femminile, non si sentirebbero tenuti a fare nient'altro: "Avete ottenuto gli asili nido, adesso che cosa volete di più?" Insomma, le battaglie da combattere vanno scelte con attenzione.
Purtroppo sono le donne stesse a chiedere queste cose e non altre. Nel già citato Corriere Magazine ("Cari politici, vi diciamo noi che fare", 3 aprile 2008, p. 52-58), su cinquanta rispondenti, ben undici dicono esplicitamente che dal governo vorrebbero più asili nido, più agevolazioni per gli asili aziendali, o entrambi (le imprenditrici Anna Maria Artoni e Cristina Nonino; le attrici Claudia Gerini e Sabrina Impacciatore; l'immunologa Lucia Rivoltini; le giornaliste Fiorenza Vallino, Tiziana Ferrario e Bice Biagi; le scrittrici Dacia Maraini e Camilla Baresani; l'accademica Stefania Giannini); qualcun altra lo chiede in forma più velata ("strutture che tutelino le donne con figli che lavorino", la regista Alina Marazzi). Insieme a questa valanga di consensi per gli asili nido, sono però pochissime (e a volte le stesse) quelle che chiedono altre cose, cose che hanno davvero a vedere con il potere o con l'empowerment delle donne:
  • Posti ministeriali di peso assegnati alle donne (siamo stufe dei ministeri senza portafoglio): ne hanno parlato solo in tre. Sono la giornalista Ritanna Armeni, l'imprenditrice culturale Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e l'imprenditrice Cristina Nonino.
  • Interventi per l'imprenditoria femminile: li chiedono in tre. Sono di nuovo Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Fiorenza Vallino e l'imprenditrice delle pubbliche relazioni Dalia Gaberscik.
Sulle quota rosa mi ritrovo in compagnie con cui mi sento a disagio (Anselma dall'Olio; ovviamente il mio disagio è più che altro dovuto al marito con cui sta). Dei congedi di paternità, invece, non parla nessuna.

14 comments:

Gianni ha detto...

Sono abbastanza d'accordo. Però queste proposte vedono sempre un mondo di aziende e lavoratori dipendenti. Un mondo che si avvia a raccogliere una minoranza, invece che la maggioranza della popolazione attiva.

E le micro aziende? E i freelance? Sono categorie destinate ad aumentare, nelle quali gli ostacoli alla parità femminile non ci sono (quelli che ci sono, sono prevalentemente autolimitazioni psicologiche).

Andrea Beggi ha detto...

Sarò anche un cinico pessimista, ma io vedo schiere di padri che durante il congedo obbligatorio se ne vanno a giocare a calcetto, non curandosi della prole, esatamente come fanno sempre.
E gli asili nido, secondo me, servono. L'argomentazine secondo la quale "ci danno gli asili e poi basta" non la vedo sostenibile: varrebbe per qualunque conquista, non solo per gli asili. Il problema di fondo è di cultura, educazione e costume: finché il ruolo "sociale" della donna sarà stare a casa a cucinare e badare ai figli, la vedo dura....

Andrea Beggi ha detto...

Dimeticavo di farti notare che la pubblicità di ebay qui a destra sta mostrando Carla Bruni seminuda in posa ammiccante: proprio il tipo di rappresentazione della dona che dovrebbe sparire dalla nostra cultura.

Paola ha detto...

Caro Andrea, sono felice di spiegarti come stanno le cose su Carla Bruni.

Un mio amico ha messo in asta su eBay una rivista del 2001, Capital, che ritrae Carla Bruni. Io gli auguro che la rivista abbia tante offerte e venga venduta per un sacco di soldi.

Allora vado su http://togo.ebay.com/ e creo un widget che mostra quell'inserzione. Poi inserisco il widget nel mio blog.

Quando finisce l'asta, ci rimetto il motoscafo dell'altro mio amico.

Se vuoi, puoi provare anche tu. Su eBay ci sono oltre 113 milioni di inserzioni nel mondo. Qualcuna, immagino, sarà anche di qualche tuo amico.

caminadella ha detto...

Mi accodo in parte a Beggi: secondo me gli uomini in carriera passerebbero il congedo obbligatorio, oltre che giocando a calcetto, telefonando tutti i giorni ai colleghi di lavoro, invitando a pranzo i clienti e facendo quel corso di aggiornamento che non riuscivano mai a infilare in agenda. Alla fine tornerebbero al lavoro riposati e senza aver perso un centimetro di terreno.

Andrea Beggi ha detto...

Non discutevo il widget, peraltro utilissimo, coglievo l'occasione per una critica al modello donna=figa=oggetto.

Era solo il contesto della cosa che mi sembrava buffo: nella colonna sinistra si parla di emancipazione, nella colonna destra modelle ammiccanti. Ebay non c'entra nulla.

Paola ha detto...

Vero Andrea, ma a vedere queste cose con occhio critico ci siamo rimasti se non sbaglio in quattro: io, te, kktb e ombraarancio, che non commenta da un po'.

Chesso', potremmo lanciare un'OPA su un qualche colosso dell'editoria o della televisione.

Sui padri e il calcetto, mi sembra un gran bello spunto: grazie in anticipo se ne nascerà un post ad hoc!

Daniele ha detto...

Contribuisco con una piccola statistica fatta al volo sui consigli d'amministrazione delle nostre società partecipate.

Attualmente abbiamo nove partecipate per un totale di 56 consiglieri, più o meno tutti scelti da fondi di private equity. Solo due sono di sesso femminile: una perché ha un affair con il responsabile di uno dei fondi azionisti, l'altra perché manager di uno dei fondi che ha coinvestito nell'azienda (si è praticamente nominata da sola).

Ricordo ancora di un consiglio di amministrazione in cui si doveva definire la struttura di una filiale comerciale in spagna. Un consigliere propose il nome di una donna e un altro se ne esce dicendo: "ma non c'è troppoa pregiudizio maschile in Spagna per una donna in una posizione responsabile?". Invece in Italia...

Dal momento che i fondi di investimento stanno diventando azionisti sempre più importanti e che questi raccolgono molte delle loro risorse presso fondazioni, università e simili, non sarebbe male se nel regolamento dei fondi ci fosse una "quota rosa" nei consiglieri da selezionare per le società partecipate.

Gianni ha detto...

In questi condivisibili ma teorici ragionamenti sulla parità maschile-femminile, c'è un elemento che viene (secondo me) sempre sottovalutato. La situazione è tale perché esiste un accordo presunte vittime-presunti carnefici per cui la situazione va abbastanza bene così. Una sorta di Sindrome di Stoccolma.

Non è vero "gli uomini" in congedo parentale semplicemente se ne andrebbero a giocare a calcetto. Semplicemente nella maggioranza delle coppie, anche per volontà della donna, difficilmente verrebbe utilizzato il congedo parentale maschile (che altrettanto difficilmente potrebbe essere reso obbligatorio senza imporre uno stato di polizia).

Finché le donne non si rendono conto di essere parte attiva della discriminazione e si limitano a incolpare i maschi attaccati al potere come telline, i progressi saranno pochi.

Nel mondo dei freelance le donne sono la maggioranza; la soglia d'ingresso è bassa e uguale per tutti; le tutele sono uguali per tutti (in Italia: quasi zero, ma e' un altro discorso). Le donne spesso guadagnano di meno perché, semplicemente, chiedono di meno.

Non esiste un motivo per cui un freelance maschio dovrebbe essere preferito a una donna per un dato lavoro. Però gli uomini chiedono mediamente di più, a parità di lavoro. E guadagnano di più, anche in un mercato concorrenziale e sputtanato come l'attuale mercato della pubblicità. Perche' sono più aggressivi e si danno più da fare, salvo eccezioni.

Personalmente sono favorevole all'idea delle "quote rosa". Ma non esistono soluzioni semplici a una situazione complessa in cui le donne nella loro presunta "discriminazione" trovano o possono trovare un bilancio di vantaggi e svantaggi non sempre negativo.

Le norvegesi forse hanno le quote rosa perché sono più aggressive e disposte al rischio delle italiane.

Anonimo ha detto...

E’ vero, il congedo di paternità obbligatorio non assicura che i padri si prendano effettivamente cura dei propri figli – ma questo non è il punto.

A parità di competenze e mettendo da parte i pregiudizi, un uomo sul mercato del lavoro ha un unico vantaggio rispetto alla concorrenza femminile: la possibilità di garantire una prestazione lavorativa continuativa tra i 20 e 40 anni di età, di solito il periodo professionalmente più produttivo. La prospettiva di una o più gravidanze rende invece incerta la durata dell’impegno lavorativo di una donna. Il congedo di paternità obbligatorio estenderebbe anche alla parte maschile del mercato del lavoro un elemento di incertezza che oggi grava esclusivamente sulla parte femminile.

Sembrerà curioso, ma ad esempio negli Stati Uniti i riservisti della National Guard – uomini tra i 20 e 40 anni che in qualsiasi momento possono essere chiamati a servire su un fronte di guerra per un periodo di 6-12 mesi – sono oggetto di discriminazioni lavorative analoghe a quelle subite dalle donne. Non a caso i riservisti americani sono tutelati dalla stessa normativa anti-discriminazione che protegge le donne e le minoranze che lavorano negli Stati Uniti.

Da un punto di vista puramente lavorativo, la maternità per una donna ha gli stessi effetti di una chiamata alle armi in Afghanistan per un uomo. A meno che non si favorisca un ritorno della leva militare, il congedo di paternità obbligatorio rimane probabilmente il meccanismo più semplice ed efficace per offrire pari opportunità lavorative a uomini e donne.

edoardo

Gianni Lombardi ha detto...

Edoardo, mancano sempre due elementi nel ragionamento:

1. la partecipazione attiva alla cultura della discriminazione da parte delle donne;

2. L'ipotetico congedo obbligatorio prevede un mondo ordinatamente organizzato in grandi aziende e lavoratori dipendenti. L'universo dei lavoratori autonomi, lavoratori precari e microimprese non viene neanche contemplato.

Osservo inoltre (il campione statistico naturalmente non è significativo) che i soli che hanno espresso commenti qui sono uomini :-)

alebegoli ha detto...

Paola, personalmente io chiederei nell'ordine:

a) quote rosa nella rappresentanza politica e nei CdA, modello Norvegia; per la politica, sono arrivata a pensare che si dovrebbero avere per ogni partito due liste, una di uomini e una di donne, ciascuna delle quali concorre all'elezione del 50% dei rappresentanti, così siamo sicure di avere la parte che ci spetta. A mali estremi...

b) oltre che asili nido e asili, servizi di assistenza familiare che aiutino le famiglie a gestire la prole anche in assenza di nonni. Io ho un marito del tutto "anomalo" rispetto allo standard italiano, che si è sempre preso la sua parte di responsabilità domestica e paterna (praticamente l'unica cosa che non ha fatto è stata partorirlo e dargli il latte con la tetta...), ma ti assicuro che, se non avessimo anche dei nonni giovani e disponibili, col cavolo che io potrei gestire la responsabilità del mio lavoro (non avendo ancora lo stipendio di giada che mi consentirebbe una tata a tempo pieno, ahimé).

Credo inoltre che, una volta raggiunto l'obiettivo A, quello B arriverebbe di conseguenza..

Chiara ha detto...

D'accordo sul fatto che i congedi parentali siano uno step imprescindibile.
Paola, ci piacerebbe molto che intervenissi al nostro convegno di giugno perchè faremo una proposta concreta da portare al nuovo
governo, senza tralasciare tuttavia la questione asili che a nostro parere è comunque importante. Ma effettivamente non è solo questa la priorità da affrontare!

Roberto Marsicano ha detto...

Pieter Lindert, economista californiano con "Growing Public" ha dimostrato, con dati numerici, che sono i supporti alle donne, come gli asili nido. le scuoe a tempo pieno e le cure per gli anziani erogate dalla mano pubblica, che liberano le donne e, guarda caso, fanno anche crescere l'economia.