Roger Abravanel per un'Italia migliore: "Meritocrazia" e leadership femminile
Tempo fa un giornalista, in un'intervista via email, mi ha chiesto: "Qual è la tua agenda?" Io ci ho pensato quattro secondi e gli ho risposto: "Meritocrazia, legalità e sviluppo". Lui mi ha risposto che la domanda si riferiva alla mia agenda giornaliera - a che ora mi alzo, quante riunioni faccio e così via. Oops.
Più seriamente, oggi vi parlo di un libro che mi sta molto a cuore e del suo autore, Roger Abravanel. Ho già scritto qui sia del rapporto di affetto professionale che mi lega a Roger, sia delle quattro proposte che rivolge al nuovo governo in Meritocrazia, il libro in cui propone la sua ricetta per avviare il turnaround dell'Italia.
Ma vorrei raccontarvi un altro dettaglio, che è a mio parere uno dei retroscena meno noti per la quarta delle proposte di Roger: un'azione positiva sul modello norvegese per aumentare il numero di leader donna nei consigli di amministrazione delle aziende, accompagnata dall'incentivazione a periodi di maternità più brevi e dalla creazione di una vera rete di asili nido pubblici e privati.
Quando ero una giovane consulente, Roger mi raccontò di aver partecipato nel 1975 a Città del Messico alla prima Conferenza Mondiale sulle donne indetta dalle Nazioni Unite. Roger si trovò, insieme a uno sparuto manipolo di altri uomini, in mezzo ad un oceano di delegate donne, intente a discutere di diritti, opportunità, sviluppo e disarmo. Sperimentò quindi in prima persona come ci si trova quando la leadership del gruppo appartiene in stragrande maggioranza all'altro sesso. Fu la prima conferenza dell'ONU in cui, tra i capi delegazione nazionali, 113 su 133 erano donne.
Questo per dire che la leadership al femminile è un tema a cui Roger pensa, che sostiene e che promuove da oltre trent'anni. Dal 1975 ad oggi, certamente qualche progresso, anche in Italia, si è fatto. Per chi non era ancora nata, ne cito qualcuno: nel 1976, Tina Anselmi diventa Ministro del Lavoro; nel 1979, Nilde Iotti assume la presidenza della Camera; nel 1981, Marisa Bellisario diventa amministratore delegato di Italtel. Ma non abbastanza.
Nell'ultimo quindicennio la mobilità sociale delle donne, come peraltro quella degli uomini, sembra aver subito una battuta d'arresto: difficile immaginare oggi storie come quelle della maestra elementare, dell'orfana di un padre ferroviere e della self-made manager che vi ho appena citato. L'Italia è, nelle parole di Roger, "la società più ineguale e ingiusta del mondo occidentale": ineguale perché la distanza tra le élite e i poveri è ai livelli americani e inglesi, e ingiusta perché, contrariamente a quanto avviene nel mondo anglosassone, non esistono meccanismi di pari opportunità che permettano ai giovani di talento di emergere. (La maestra a colloquio con una madre: "Sua figlia è brava, diligente e intelligente ma ha un problema da correggere subito: ha troppa voglia di primeggiare", a pag. 170-171). Ha ragione Riccardo Chiaberge quando sostiene, sul Sole 24 Ore di oggi, che se Michelle Obama fosse nata in Italia, figlia di un dipendente comunale e di una segretaria, altro che Princeton e Harvard: forse non sarebbe riuscita nemmeno a prendere una licenza di taxi. (Dirò di più: a una come Oprah Winfrey, da noi, non avrebbero dato neanche la conduzione delle previsioni del tempo delle quattro del mattino.)
E' ormai discorso comune, grazie a studiosi come Alessandra Casarico, Paola Profeta e Maurizio Ferrera, che il rilancio dell'economia italiana dovrà passare attraverso il lavoro delle donne. Ma la proposta di Roger va più a fondo al cuore del problema. Le proposte di tassazione ad aliquote ridotte per il lavoro femminile, come quella avanzata qualche tempo fa da Ichino e Alesina (e sostenuta da Giavazzi nella prefazione al libro di Roger), potrebbero portare più segretarie negli uffici e più commesse nei supermercati. Ma queste segretarie e queste commesse continuerebbero a non avere nessun role model donna davanti a sé, e quindi ad interiorizzare lo stereotipo secondo cui impegnarsi per sfruttare il proprio talento lavorativo e costruire un curriculum con cui competere ad armi pari è irresponsabile (nei confronti della famiglia) e in ogni caso inutile (per loro). Questo a meno che non si crei rapidamente una massa critica di donne ai vertici delle aziende (e ricordo che, secondo Kramer e Konrad in Harvard Business Review, le dinamiche dei consigli di amministrazione non migliorano con una o due donne intorno al tavolo, ma con tre o più), come auspica Roger e come può avvenire in Italia solo con una terapia d'urto.
Mi auguro che le proposte di Roger per la leadership delle donne siano in cima all'agenda del convegno di DonneManagerItalia di giovedì 5 giugno. E, soprattutto, che il nuovo governo voglia mettere in pratica la "ricetta Abravanel" per avviare il Paese al rilancio che merita - o, meglio, che dobbiamo meritarci.
8 comments:
Interessante, leggerò il libro di Abravanel. Ho trovato altri spunti utili per questo genere di riflessioni su "Fallocrazia", di Klaus Davi, anche se alla fine si rimane con la sensazione di incompletezza - o forse dovrei dire incompiutezza?
Mi iscriverò al feed di Donne manager, anche se non sono una manager - non per ora ;-). Hai altri siti del genere da raccomandare?
Grazie in anticipo!
Mariela
Hai ragione Mariela, quello di Davi è un libro arrabbiato, interessante ma forse incompiuto (ne ho parlato in un post del 29 marzo). Quello di Abravanel è pacato, documentato e soprattutto propositivo, quindi certamente più utile.
Altri siti sui temi di DonneManagerItalia non ne conosco un gran che. Tutte le mie amiche manager sono troppo impegnate tra viaggi di lavoro, ricerca di tate per i figli, e altre amenità per imbarcarsi anche a far siti. E' una minoranza silenziosa, purtroppo.
Proprio per i motivi che tu citi, io credo sia assolutamente indispensabile inserire le quote rosa nei cda delle principali società, almeno quelle quotate. Mi rendo conto che per una donna è un qualcosa di inaccettabile, però purtroppo bisogna fare sempre i conti con l'oste. E l'oste è restio al cambiamento.
Già siamo bravi ad aggirare le leggi e i paletti, figuriamoci se non ci fossero, la situazione non decollerebbe mai...Ormai è assodato come non sia più sufficiente una presa di posizione delle donne per spingere alla rivoluzione "dolce": di fronte al potere, le buone intenzioni vanno a farsi benedire.
Complimenti per il blog!
Dubito che l'attuale governo abbia in agenda queste priorità, ma non si sa mai..
(in questo periodo sono decisamente troppo impegnata fra lavoro e logistica domestica per fare commenti profondi, ahimé...)
Credo che un'affermazione della meritocrazia di per sè sarebbe già un risultato in Italia. Che una persona brava e capace, al di là del suo gender, razza o credo si affermasse al posto degli amichetti vari sarebbe un traguardo non da poco.
Lo saprai già, ma ti segnalo il post di Stefano Micelli su FirstDraft che ti alla fine ti linka.
http://www.firstdraft.it/2008/07/08/sulla-meritocrazia-in-italia/
imparato molto
Si, probabilmente lo e
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