lunedì 1 dicembre 2008

Questo governo ci vuole a casa (post per sole donne)

Quando un governo promette e prova di tutto per far stare a casa le donne (o tutt'al più mandarle in giro a fare shopping), non c'è sotto nulla di buono.

Mi riferisco alla sentenza della Corte di Giustizia Europea sul pubblico impiego, che il 13 novembre scorso ha decretato l'obbligo dello Stato italiano di parificare l'età pensionabile dei dipendenti pubblici tra uomini e donne. Sentenza per lo più passata inosservata, tranne che per qualche giornalista e qualche blogger.

Il fatto che l'età pensionabile debba essere parificata dovrebbe essere di un'ovvietà così sconcertante da non lasciare adito a discussioni. Invece, chi ci governa ha pensato bene di scomodare l'Avvocatura dello Stato (tanto son soldi dei contribuenti, no?) per difendersi dai rilievi che giustamente la Commissione Europea aveva mosso da tempo al nostro sistema del pubblico impiego.

E una volta arrivata la sentenza della Corte di Giustizia, via col tango dei lamenti: la sentenza della Corte di Giustizia "non è una vittoria per le donne", anzi è una presa in giro (qui), il pensionamento anticipato è solo "una facoltà, che non si è tradotta negli anni in una coercizione" (qui), ecc. In particolare la posizione del gruppo Donne di ManagerItalia, al quale già in passato ho avuto occasione di far notare che dovrebbe chiamarsi “gruppo Famiglie” (visto le policy che propone, per le quali se una non è moglie e madre vale meno di un due di picche), è la seguente: “non vogliamo sottrarci all’uguaglianza dell’età pensionabile”, ma solo dopo che lo Stato o chi per esso abbia fornito aiuto e “sostegno nello svolgimento dei ruoli di cura che solitamente dobbiamo svolgere”. Ovvero, niente asili nido e niente sgravi fiscali per le badanti? Allora vogliamo mantenere l’opzione su quei cinque anni di pensione in più (anche se la Corte di Giustizia stessa fa notare che stiamo paragonando mele con patate).

Io credo che di questo passo non si vada da nessuna parte. Pensate di essere un dirigente in una struttura pubblica, e di avere la possibilità di promuovere uno tra due vostri dipendenti a capo di una nuova struttura per un importante progetto. Sono entrambi dei performer eccellenti, grande impegno, ottimi risultati e grande passione per il loro lavoro. Hanno entrambi 59 anni. Sono un uomo e una donna. Chi promuovete? Credo che nel 99% dei casi i vostri capi vi farebbero promuovere l’uomo. Perché? Perché la donna, anche se magari non ne ha nessuna intenzione, potrebbe andare in pensione dopo un solo anno, e quindi non completare il progetto e vanificare gli sforzi fatti. Mentre l’uomo, ah lui sì che può completare il lavoro, di lui ci si può fidare. Oltretutto la donna, se non promossa, potrebbe arrabbiarsi, ma le si farà notare che ha un premio di consolazione a portata di mano: la pensione, per la quale invece l’uomo deve aspettare 5 anni in più, poverino. Con questa dorata prospettiva, come può la donna essere tanto egoista da voler sottrarre all’uomo la promozione che gli spetta?

Insomma, si ricade nel solito vicolo cieco in cui le scelte di alcune vanno a danno di tutte. Una donna può trovarsi nella situazione paradossale di essere penalizzata due volte e nel corso di tutta la sua carriera: in età fertile, perché potrebbe andare in maternità; in età non più fertile, perché potrebbe scegliere la pensione anticipata. E’ questo che vogliamo?

Continuo a sostenere che, oltre a tutte le soluzioni eleganti ma costose che si auspicano dappertutto ma che uno Stato sprecone come il nostro difficilmente porterà a casa (asili nido, sgravi badante, ecc.), ci sono due interventi di parificazione molto semplici e a costo praticamente nullo per lo Stato, per le aziende e per il sistema Italia – anzi, che porterebbero enormi vantaggi sociali e culturali:

  1. Il congedo di maternità deve essere breve (non lungo come ora) ed obbligatoriamente diviso a metà tra i due genitori;
  2. I consigli di amministrazione delle aziende devono darsi l’autodisciplina di cooptare consiglieri donne – o, in mancanza di questo, la legge li deve obbligare a farlo, come in Norvegia (non mi stancherò mai di indicarvi la proposta di Roger Abravanel).
Quanto alla cura dei bambini e degli anziani, è compito di ognuna di noi educare il proprio uomo a prendersi sulle spalle la sua parte, con le buone o con le cattive. Tutto il resto son chiacchiere. O meglio, sono indicazioni, sono chiari messaggi, per chi li vuole ascoltare, che questo governo ci vuole a casa, a cucinare manicaretti e far splendere i pavimenti. E’ così che vi volete?


5 comments:

Numero 6 ha detto...

Basterebbe il fatto che garantirebbe un buon risparmio pensionistico, al costo di rimuovere un anacronismo, peraltro biologicamente infondato.

(sono uomo ma ho letto uguale)

Yogasadhaka ha detto...

I governi italiani sono sempre molto affezionati agli anacronismi.

alebegoli ha detto...

Su età pensionabile e obbligo di presenza femminile nei CdA sono completamente d'accordo con te, Paola.

Sulla questione della gestione maternità, avendo fresca l'esperienza diretta, mi sento di aggiungere qualcosa.

Che dei figli e in genere della vita domestica debbano farsene carico anche gli uomini, e questo sia anche responsabilità delle loro compagne, è vero. Per quanto mi riguarda, le donne che si lamentano di doversi sobbarcare da sole tutto il peso della gestione familiare devono solo lamentarsi con se stesse, anzi, sono io che mi lamento del brutto esempio che danno: si sveglino e lascino al loro compagno la sua parte di lavoro da fare.

Tuttavia, i servizi all'infanzia a mio parere servono nn tanto e non solo alle madri, ma soprattutto alla comunità tutta, perché se avere dei figli è un complicato gioco ad incastri, di bambini se ne faranno uno max due per famiglia, con i pessimi effetti che vediamo in giro (pochi bambini, viziati e iperprotetti, e con famiglie al delirio).

I congedi di maternità: l'assurdo è che la maternità è praticamente equiparata a una malattia, per cui, in teoria, dal momento in cui una ci va si suppone che muoia alla vita civile e lavorativa. Se ti scappa di fare un passaggio in ufficio, che l'Inps non lo sappia, per carità, altrimenti si rischiano sanzioni. In queste condizioni, le madri sono praticamente trasparenti, e questo è assurdo, perché in un ruolo di media o grande responsabilità, chi si può permettere di sparire per cinque mesi???

Ciò detto, sul "congedo corto" intendiamoci: per riprendersi fisicamente e mentalmente dopo il parto, specie dopo il primo parto, che ti cambia radicalmente la vita (prima eri responsabile solo di te stessa, adesso ti ritrovi con un essere urlante che dipende totalmente da te..), tre-quattro mesi ci vogliono tutti :-)

E anche dopo, avere ad esempio qualche ora di permesso extra riconosciuto (le due ore quotidiane di allattamento fino all'anno) è una bella garanzia. E se una ci tiene, alle cose che fa, ti assicuro che si organizza lo stesso per far stare, anche in un tempo ridotto, tutto l'impegno e le responsabilità di prima.

Anonimo ha detto...

La mia parte femminile applaude. :-)

Solo che invece di "quote femminili" preferirei regole che parlassero di differenza sessuale. Mi piace pensare ad una dirigenza mista sempre e comunque e non teoricamente di sole donne. E mi piacerebbe sapere qual'è il valore minimo che si da a questa differenza 30%? 20%? Il 50 è un falso ideologico, parliamo di quota minima, no?

Afro

UNISTAT ha detto...

IL NOSTRO MOVIMENTO

Finalmente ci siamo!

E’ nata l’Unione Nazionale Italiana degli Impiegati Statali: "U.N.I.STAT."

Un movimento libero, autonomo ed indipendente: lavoratori e pensionati dello Stato uniti per dare vita alle aspettative del "popolo delle buste paga".

Un popolo fatto di gente che “campa” di stipendio e che non ha la possibilità di adeguare autonomamente le proprie entrate al costo della vita.

Un popolo che non si sente adeguatamente rappresentato in parlamento da “questa” classe politica, nè sufficientemente tutelato sul posto di lavoro da “questi” sindacati che dovrebbero difendere il potere d’acquisto di salari e pensioni.

Un popolo che ha più volte palesato su queste pagine la necessità di un soggetto politico “nuovo”.

Ebbene, adesso, il movimento c'è, è nato!

L’UNISTAT si batte per il miglioramento della qualità della vita dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.

Obiettivi primari ed inalienabili dell’UNISTAT sono la democrazia, l'uguaglianza, la libertà e la giustizia sociale.

L’UNISTAT avversa il tentativo di abbattere gli istituti di democrazia istituzionale vigenti che, anzi, vanno quotidianamente e senza soluzione di continuità, arricchiti di democrazia sostanziale e quindi di contenuto socialmente valido.

Accetta e difende i principi e le finalità della Costituzione Italiana e, pertanto, si proclama pluralista dal punto di vista ideologico, politico e religioso, nel convincimento che la persona umana non ha frontiere, nè barriere fisiche, nè psichiche e che l'individuo deve continuamente anelare alla pace, alla democrazia, alla giustizia ed alla libertà nel completo rispetto delle leggi, ma combattendo con fermezza tutto ciò che ad esse costituisca attentato.

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