Arte a Zurigo
Questo fine settimana, la più piccola delle grandi città del mondo mi ha offerto un viaggio artistico da far girare la testa.
Innanzitutto, la Kunsthaus Zürich. Forse non lo sapevate, come non lo sapevo neanch'io prima di fare la tessera per la membership della Zürcher Kunstgesellschaft, ma la Kunsthaus è, dopo la Tate di Londra, il museo europeo con il maggior numero di sostenitori registrati e paganti: 20.000 (in una città dove abitano sì e no 375.000 anime).
Oltre alla collezione permanente, che spazia dagli Old Masters al contemporaneo, ho avuto la fortuna di visitare due mostre notevolissime. La prima, "Friedrich Kuhn: The painter as outlaw" (fino al 1° marzo) si occupa di un artista svizzero (1926-1972) così oscuro da non avere nemmeno una voce su Wikipedia. Per quello che ho capito, è stato un protagonista della scena artistica locale negli anni '50 e '60 e non è stato rinchiuso in manicomio per la maggior parte della sua vita: eppure la sua arte mi sembra parente prossima di quella di Adolf Wölfli, e l'etichetta di "fuorilegge" che il titolo della mostra gli assegna pare coerente con quel non so che di outsider (almeno, per i tranquilli canoni della borghesia svizzera) che ce lo rende più contemporaneo di quanto non detti il dato biografico.
La seconda, in collaborazione col Moderna Museet di Stoccolma, si intitola "Hot Spots. Rio de Janeiro / Milano-Torino / Los Angeles 1956-1969" (fino al 3 maggio), ed è un viaggio artistico in tre "punti caldi" dell'arte del periodo (qui il comunicato stampa, con una breve descrizione delle tre sezioni). Anche chi è familiare con la scena artistica milanese e torinese di quegli anni rimane stupito dall'eccellente lavoro curatoriale e di allestimento del percorso della mostra, e dalla ricchezza dei lavori esposti (solo tra gli italiani sono rappresentati almeno una ventina di artisti). Come dice la Guida Michelin per i ristoranti, questa mostra certamente vaut le voyage.
Nel weekend è entrata anche una visita al Museum Rietberg, un museo di arte extraeuropea che non ha niente da invidiare al Musée du Quai Branly di Parigi, di cui vi ho parlato tempo fa. Anzi, se proprio bisogna guardare alla user-friendliness, la visita è meglio guidata e meno confusionaria, sia pure nei limiti strutturali imposti dalle ville neoclassiche in cui ha sede, peraltro convertite in museo con grande perizia.
Fino al primo marzo è possibile visitare "Shiva Nataraja: The cosmic dancer", una mostra sul culto di Shiva nell'area oggi corrispondente al Tamil Nadu, con capolavori che raffigurano il dio danzante provenienti dai migliori musei del mondo, dal Rijksmuseum Amsterdam al British Museum, oltre che dalla collezione dello stesso Rietberg.
Insomma, la sindrome di Stendhal non è più solo una patologia italiana: a me riesce a venire anche a Zurigo.
Innanzitutto, la Kunsthaus Zürich. Forse non lo sapevate, come non lo sapevo neanch'io prima di fare la tessera per la membership della Zürcher Kunstgesellschaft, ma la Kunsthaus è, dopo la Tate di Londra, il museo europeo con il maggior numero di sostenitori registrati e paganti: 20.000 (in una città dove abitano sì e no 375.000 anime).
Oltre alla collezione permanente, che spazia dagli Old Masters al contemporaneo, ho avuto la fortuna di visitare due mostre notevolissime. La prima, "Friedrich Kuhn: The painter as outlaw" (fino al 1° marzo) si occupa di un artista svizzero (1926-1972) così oscuro da non avere nemmeno una voce su Wikipedia. Per quello che ho capito, è stato un protagonista della scena artistica locale negli anni '50 e '60 e non è stato rinchiuso in manicomio per la maggior parte della sua vita: eppure la sua arte mi sembra parente prossima di quella di Adolf Wölfli, e l'etichetta di "fuorilegge" che il titolo della mostra gli assegna pare coerente con quel non so che di outsider (almeno, per i tranquilli canoni della borghesia svizzera) che ce lo rende più contemporaneo di quanto non detti il dato biografico.
La seconda, in collaborazione col Moderna Museet di Stoccolma, si intitola "Hot Spots. Rio de Janeiro / Milano-Torino / Los Angeles 1956-1969" (fino al 3 maggio), ed è un viaggio artistico in tre "punti caldi" dell'arte del periodo (qui il comunicato stampa, con una breve descrizione delle tre sezioni). Anche chi è familiare con la scena artistica milanese e torinese di quegli anni rimane stupito dall'eccellente lavoro curatoriale e di allestimento del percorso della mostra, e dalla ricchezza dei lavori esposti (solo tra gli italiani sono rappresentati almeno una ventina di artisti). Come dice la Guida Michelin per i ristoranti, questa mostra certamente vaut le voyage.
Nel weekend è entrata anche una visita al Museum Rietberg, un museo di arte extraeuropea che non ha niente da invidiare al Musée du Quai Branly di Parigi, di cui vi ho parlato tempo fa. Anzi, se proprio bisogna guardare alla user-friendliness, la visita è meglio guidata e meno confusionaria, sia pure nei limiti strutturali imposti dalle ville neoclassiche in cui ha sede, peraltro convertite in museo con grande perizia.Fino al primo marzo è possibile visitare "Shiva Nataraja: The cosmic dancer", una mostra sul culto di Shiva nell'area oggi corrispondente al Tamil Nadu, con capolavori che raffigurano il dio danzante provenienti dai migliori musei del mondo, dal Rijksmuseum Amsterdam al British Museum, oltre che dalla collezione dello stesso Rietberg.
Insomma, la sindrome di Stendhal non è più solo una patologia italiana: a me riesce a venire anche a Zurigo.

1 comments:
Ammazza Paola! Sei super
ac-cool-turata! Quello che si dice saper trovare il positivo in ogni cosa. :-)
Posta un commento