Rapporto Cerved: Le donne al comando delle imprese. Italiane
E' marzo. Tutti a parlare di donne, una volta l'anno, nel mese della festa delle donne. Poi se ne dimenticano per gli altri undici mesi. Io, e alcune altre donne, no.
E' persino passato un po' sotto silenzio (tranne che su Il Sole 24 Ore) il rapporto dell'Ufficio studi del Cerved intitolato "Le donne al comando delle imprese: il fattore D".
Ecco, io penso che se questo studio continuasse a passare sotto silenzio, sarebbe un vero peccato. Al contrario. E' un rapporto che merita di stare, da domani mattina, subito, su tutte le scrivanie di chi decide nelle aziende italiane. E di arrivare sulle prime pagine dei giornali. E di essere letto in Parlamento. E di entrare nei testi d'esame nelle università. E di essere rilanciato dai vostri blog, voi che mi leggete.
Perché? Perché era facile, finché vi citavamo le ricerche da tutto il mondo, rispondere "ah ma in Italia è diverso". Quando vi citavamo gli studi McKinsey (qui e qui), era facile dire "ma quelle sono le aziende europee quotate in Borsa, le aziende italiane sono più piccole e richiedonodilavorare24orealgiornocosacheunadonnanonpuòfarespecialmentesehabambinipiccoli ecc. ecc.".
Quando vi mettevamo sul tavolo gli studi Catalyst (qui), era facile dire "ah ma l'America è un'altra cosa, sisacheinItaliasemettiamoledonneneiCdAcifinisconosololefigliesorellefidanzatedellimprenditore."
Quando vi facevamo leggere gli articoli di Harvard Business Review sulle donne nei CdA (qui), potevate anche dire "ah ma la donna italiana è meno ambiziosa, perchéandarsiacercaretuttolostressdelleposizionidicomandoquandoinfondoacasaconibambinisistacosìbene."
E invece no. Il Cerved ha preso in mano i bilanci delle aziende italiane. Mica un campione: tutte quelle con almeno 10 milioni di euro di fatturato, quotate o meno (eccettuati servizi finanziari, pesca e agricoltura). Sono circa 30.000 aziende. Vi bastano? E sono italiane, ecco, nel caso mi fossi dimenticata di dirlo.
Che cosa è uscito dall'analisi? Nelle parole di Guido Romano, l'autore della ricerca: "le imprese guidate dalle donne vanno meglio rispetto alle altre, accrescono più velocemente i ricavi, generano più profitti, sono meno rischiose."
Più in dettaglio, se volete leggere anche solo il Sommario della ricerca, scoprirete che:
- Tra il 2001 e il 2007, le società guidate da donne hanno incrementato i ricavi a un ritmo medio annuo superiore rispetto a quelle guidate da uomini in ogni fascia di fatturato considerata (dell'8,8% contro l'8,6% tra quelle con ricavi superiori ai 200 milioni, del 7,7% contro il 6,5% tra quelle con ricavi tra i 50 e i 200 milioni, del 3,6% contro il 2,7% tra quelle con ricavi compresi tra 10 e 50 milioni).
- In media, le società femminili realizzano 6,9 euro di margini operativi lordi ogni 100 euro di fatturato, contro i 6,5 euro delle aziende maschili. È maggiore anche la quota d'imprese femminili in grado di chiudere l'esercizio in utile: di 3,5 punti per quelle con ricavi oltre i 200 milioni (86,5% contro 83%), di 3,3 per quelle tra 50 e 200 milioni (85,2% contro 81,9%), di 0,3 per quelle con ricavi tra 10 e 50 milioni.
- Nonostante la più marcata concentrazione nelle fasce inferiori di fatturato, la percentuale d'imprese guidate da donne nelle classi più rischiose del sistema di rating del gruppo Cerved-Centrale dei Bilanci è sostanzialmente allineata con quelle delle aziende con un capo maschio. Un'analisi econometrica su circa 24mila società consente di isolare e quantificare il “fattore D”, il minor rischio associato all'impresa quando nel board vi è una maggioranza di donne. L'analisi indica che, quando il Cda è costituito in prevalenza da donne, la probabilità di rientrare in una classe di rating peggiore si riduce del 15% rispetto ai casi in cui le donne sono in minoranza o assenti dal Cda.
- Tra le imprese che nel 2001 superavano i 10 milioni di fatturato con un board composto da almeno due componenti, solo una percentuale del 13% delle società in cui le donne occupavano la maggioranza o la totalità delle poltrone di comando è entrata in crisi finanziaria o non è più attiva: la stessa percentuale calcolata sul complesso delle imprese è pari al 22 per cento.
Roger Abravanel va da tempo ripetendo che la proposta per un adeguato numero di donne nei Consigli di Amministrazione non ha niente a che vedere con la riserva per panda con cui la si confonde ("quote rosa"): serve invece a migliorare la performance delle aziende. Finora non gli si è creduto: ma che questo marzo, e tutti gli altri mesi d'ora in poi, ci siano i numeri per ascoltarlo?
7 comments:
Senza voler criticare la ricerca, il fatto che le imprese guidate dalle donne vadano meglio potrebbe anche dipendere dal fatto che, siccome per le donne è più difficile emergere, quelle che ce la fanno sono molto più brave della media.
A parte questo, il problema italiano è che a parole si sostiene tanto la famiglia, nei fatti non si fa niente e si affida tutto alla buona volontà di mamme e nonne.
Cara Paola,
mi sorprende come una donna di grande brainpower come te possa perdere colpi appena si sfiora tematiche gender related. A parte il fatto che mi piacerebbe capire rilevanza statistica del delta (di 8.8 vs 8.6 % di crescita e 6.9 vs 6.5 di marginalita) e se tale differenza possa portare a conclusione che le donne che la genererebbero sono brave "il doppio" oppure "1,5 o 1,3 volte" dei corrispondenti maschi. Quello che invece sicuramente non dimostrà è la conclusione (secondo me falsa e demagogica, ma sono opinioni mie) che qualunque sistema coercitivo o esortativo per aumentare la % di donne nel CdA farebbe emergere quelle donne anche solo 1,01 volte migliori ... Non sarebbe forse + produttivo un dibattito sulle misure da introdurre per permettere anche a piu donne di conciliare il lavoro con altre attività?
"Conciliazione" (o "work-life balance", in milanese): di quanti tentativi falliti è lastricata la strada degli ultimi 20 anni? Il dibattito c'è stato, eccome: ma siamo rimasti alle parole, per lo più inutili, per lo più sprecate, forse perché si è sempre dato per scontato (in Italia) che chi doveva "conciliare" (barcamenarsi, saltabeccare, piroettare in multitasking) fosse sempre e comunque la donna, e che l'uomo, lui, un problema di conciliazione non ce l'avesse. (Secondo me le cose stanno un po' di versamente - per tutti, uomini e donne, almeno quelli un po' ambiziosi, ci sono fasi della carriera e della vita in cui si lavora e basta, e va così, e altre fasi in cui si può o si deve - perché la vita ci costringe - anche fare altro. Ma è un discorso che ci porterebbe lontano). Così le misure di conciliazione sono sempre state vissute come un'elemosina alle donne - e messe così, è chiaro che non potevano funzionare. Che dici, vogliamo continuare a proporre le stesse cose e aspettarci, chissà come, un risultato diverso?
La conclusione "falsa e demagogica" che un ricambio nei CdA non porterebbe a un miglioramento: mah, forse pecco di ingenuità nel pensare che le aziende siano comunque in fondo attori razionali che operano tendenzialmente in logica di mercato. Che dovendo sostituire un consigliere uomo, manderebbero a casa quello bravo 80 e non quello bravo 120. E che quello bravo 80 lo sostituirebbero con una donna brava 95, o 105, e non con una brava 75 - perché altrimenti si vanno a dare la zappa sui piedi. Ma hai ragione, finché le misure non sono realtà, siamo nel dominio delle opinioni.
Infine, sul perché secondo me varrebbe la pena di provare a farle diventare realtà, queste misure.
L'infrastruttura per la conciliazione (per fare un caso concreto, parliamo dei soliti asili nido, o del tempo pieno nelle scuole) costerebbe svariati miliardi di euro l'anno: e chi li paga? Lo Stato stremato? le aziende tartassate? le famiglie alla canna del gas? Davvero, secondo te, in questo Paese si riesce a fare una cosa che costa come una manovra fiscale - per amor di conciliazione? Mi piacerebbe ma non sono ottimista.
Mi sembra più realistico partire dalle misure che possono cambiare la mentalità della gente pur essendo a costo zero per la collettività, o quasi: in primo luogo, il congedo parentale obbligatorio per i padri (e non trasferibile alle madri); e poi, le misure "esortative o coercitive" per il ricambio nei CdA. Temporanee, mi raccomando. Se si vede che fanno dei gran danni, dopo 5 anni o giù di lì si può anche tornare indietro. Ma non credo!
Io non mi opporrei certo al congedo parentale obbligatorio per i padri..anzi!
Lascerei però alle singole famiglie decidere chi deve barcamenarsi (al limite esortando a una contrattazione esplicita pre-concepimento) .... mica vorrete pure obbligare quelle(poche) donne che preferiscono starsene a casa che andare a lavorare controvoglia per consentire a quelle che lo vogliono di non sentirsi discriminate, spero.
Quanto al fatto che le misure di conciliazione siano "un'elemosina alle donne" mentre le "quote rosa" (perchè di questo si tratta quando si parla di + donne nei CdA delle societa quotate... inutile prendersi in giro) non lo siano.... mah !
Segnalo anche i risultati dello studio citato qui:
http://www.women-omics.com/817-0-women-on-the-board-not-only-aid-bottom-line-but-thwart-bankruptcy.html
Fausto, il discorso sull'elemosina è semplice. Se crei un asilo aziendale, devi dare il posto per il bambino a tutte le dipendenti: volonterose e nullafacenti, performanti e inutili, intelligenti e cretine. Nei confronti delle cretine, ecco, è un'elemosina: qualcosa che fai senza l'aspettativa di un ritorno concreto.
Ma se devi mettere una o due o tre donne in un CdA, davvero lo fai senza l'aspettativa di un ritorno? Davvero scegli donne senza infamia e senza lode? o non scegli le più in gamba, quelle che ti possono dare una marcia in più? E se scegli quelle, in che senso sarebbe un'elemosina?
Perche non:)
leggere l'intero blog, pretty good
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