Qualche giorno fa una discussione come tante, su vita e morte dei giornali offline e online, mi ha fatto riflettere sul perché un giornale sia un oggetto speciale.
Se sparisce dagli scaffali del supermercato il mio yogurt preferito, è possibile che io mi dispiaccia un po', ma che ne trovi subito un altro con cui rimpiazzarlo. (Se sparisce lo yogurt preferito di mio cugino, è probabile che non me ne accorga nemmeno). Ma uno yogurt, si può sostenere, è un prodotto che vive in logica di mercato; è quindi naturale che abbia dei sostituti, che uno yogurt concorrente se ne aggiudichi la quota di mercato.
Che cosa c’è all’estremo opposto? La squadra di calcio. Se sparisse una squadra di calcio, i tifosi potrebbero mettere a ferro e fuoco una città. Il calcio, con poche virtuose eccezioni di megaclub europei, è da anni uno spettacolo il cui costo di produzione è sproporzionato rispetto alla willingness to pay dei tifosi, che sia dal vivo o attraverso la televisione. La storia del calcio italiano e non solo degli ultimi decenni è quindi costellata di decreti salvacalcio (finanziati dalle tasche degli inconsapevoli contribuenti), investimenti di privati a fondo perduto per vanità personale e iniezioni di liquidità da parte dell’uno o dell’altro “papi” per ragioni di consenso politico.
Il calcio, dunque, vive al di fuori della logica di mercato. E infatti ancora non si è dato che una squadra importante sia stata messa in liquidazione, e tanto meno che i suoi tifosi abbiano traslato la loro passione su di una squadra sostitutiva. Non esiste il surrogato della squadra del cuore.
(Appena meno irrazionali sono gli sport professionistici negli Stati Uniti, dove è sì capitato che qualche squadra di football o hockey cambiasse città, stadio e tifosi per sopravvivere; ma dove i tribunali hanno riconosciuto al baseball un’esenzione dalle regole Antitrust, mettendolo anche qui al di fuori delle regole del mercato).
Dove sta un giornale in questo spettro tra passione e mercato? A metà tra i due, mi sembra di poter dire. Se sparisce un giornale, è più difficile da rimpiazzare rispetto a uno yogurt, ma più facile rispetto a una squadra di calcio. Per la maggior parte dei lettori, l’attaccamento al proprio giornale sta in qualche modo a metà strada tra la promiscuità nelle scelte sullo scaffale dello yogurt e la fedeltà incrollabile alla propria squadra. Quando un giornale cessa le pubblicazioni, ci si mette un po’, ma un altro lo si trova. (O si finisce per leggere online). E in questo senso, quindi, dobbiamo accettare che un giornale è anche un po’ come uno yogurt.
Proviamo ora però a ragionare per categorie più astratte: non una marca e un gusto di yogurt, ma lo yogurt; non una squadra di calcio, ma il calcio; non un determinato giornale, ma il giornalismo. Il giornalismo, quel periodismo che García Márquez definì “la profesión más hermosa del mundo”.
Chiunque di voi tenti questo esperimento mentale potrà sicuramente immaginare una società moderna, civile e progredita senza yogurt. Altrettanto potrà fare immaginando una società senza calcio (credetemi). Ma una società senza giornalismo? Che connotati avrebbe, come funzionerebbe? Vero, ci sono luoghi (Atene, Firenze) che ci hanno lasciato lezioni di democrazia o di civiltà senza avere un vero e proprio giornalismo, come lo si intende dal Settecento ad oggi. Ma nel mondo globalizzato, nell’economia della conoscenza, come la immaginiamo una società senza giornalismo? Temo che il giornalismo – e parlo in particolare del giornalismo investigativo indipendente – sia diventato come la luce elettrica: ce ne accorgeremmo solo quando dovesse venirci a mancare.
Da qualche tempo, purtroppo, il giornalismo investigativo indipendente sembra diventato un prodotto che costa di più di quanto i suoi consumatori (lettori e inserzionisti) siano disposti a pagarlo. Se è così, presto dovremo mettere il giornalismo – con tutte le sue esternalità positive – nella categoria delle cose “fuori dal mercato”. Anzi, lo è già per chi sostiene che i finanziamenti pubblici alla stampa siano un’ingiustificata distorsione del mercato. (Personalmente mi dà più scandalo il fatto che la voce di spesa più grossa del bilancio dell’Unione Europea siano i finanziamenti all’agricoltura: prima di abolire i fondi per la stampa, vorrei vedere aboliti quelli per l’olio d’oliva, le pecore e via dicendo).
Allora il giornalismo si trova già ad assomigliare al calcio: uno splendido circo dai fundamentals deboli, da mantenere vivo come si può, perché ne abbiamo bisogno come della luce elettrica, ma il mercato non arriva a stabilirne un prezzo di equilibrio. E’ evidente che non sarà l’oligarca russo di turno a salvaguardare il giornalismo investigativo indipendente, né sarà uno Stato sempre più deficitario (che non riesce a impedire che i soffitti delle scuole crollino in testa agli studenti) a sostenere da solo i costi di un prodotto sempre più fuori mercato. Saremo noi consumatori, credo, a doverci rimboccare le maniche per il prodotto.
Potrà nascere, credo, un modello editoriale al di fuori della vanità e del potere, sostenuto da cittadini e lettori consapevoli per senso civico e amore di verità; ma c’è il rischio che accada altrove, e non da noi in Italia. Se sarà così, dovremo sperare che agli occhi di qualche giornalista estero le nostre vicende italiane continuino ad essere interessanti, o almeno folkloristiche, a sufficienza per farci sopra del giornalismo. Se accadrà invece da noi, se in qualche modo inventeremo un modello sostenibile di giornalismo, potremo invece dirci di nuovo una società moderna, civile e progredita.