sabato 11 luglio 2009

Libere? Sì, di venderci

Mi sono imbattuta ieri (grazie alla segnalazione di Zeroviolenzadonne.it) in un articolo di Livia Turco pubblicato dal quotidiano Il Riformista. Se volete leggerlo tutto, è qui. Altrimenti, due punti che ritengo importanti (l'enfasi è mia):

C’è stato un assordante silenzio delle donne, soprattutto di noi impegnate nella politica, attorno al caso Berlusconi, Noemi, D’Addario. [...]
In nome di un potere monocratico e discrezionale, il Presidente del Consiglio compra il corpo femminile e lo ripaga (non importa se per compensare una relazione sessuale o una semplice adulazione) attraverso una promozione politica. L’essere rappresentanti nelle istituzioni diventa così merce di scambio all’interno di una relazione privata, con conseguenze potenti sull’ordine simbolico attinente allo stesso rapporto uomo-donna nella politica. [...] Il risultato più sconcertante sta proprio nell’aver inserito il ruolo delle donne in politica all’interno della relazione servile, di dipendenza dal leader, di una relazione incentrata sullo scambio e sui favori all’interno della sfera pubblica. E se sono favori sessuali è solo un dettaglio, una variante.
La seconda osservazione invece ha a che fare proprio con la sfera sessuale:
Non è certo una novità l’uso del corpo per fare carriera o affermarsi nel lavoro e rompere questa pratica ha significato per le donne riscattarsi dalla propria miseria e dalla subalternità. Viene perciò da chiedersi se questo sistema sia ritornato in auge. E se questo uso consapevole del corpo a fini di affermazione sociale non costituisca una forma di rivoluzione passiva che assume, ma svuota di significato, il principio della libertà sessuale che la pratica femminista aveva posto a fondamento della rottura del patriarcato e della nuova identità femminile. Tanto da tradursi in una banalizzazione della libertà, un suo ridursi a libero scambio, a libero consumo. [...]
Ma in questo c’è anche una nostra responsabilità di donne. Quella di esserci fermate. Di non aver continuato a lavorare sulla concezione della libertà per esplicitarne il suo contenuto di responsabilità e di costruzione di una nuova relazione con l’altro. Di non avere elaborato una nuova educazione sentimentale. Di non aver superato la mistica della maternità con la fondazione di una nuova relazione tra i sessi. Di non aver elaborato e promosso una battaglia per la riforma della politica e delle istituzioni che mettesse finalmente al centro la promozione del merito.
Insomma, dice Turco con giusta amarezza: le generazioni prima di noi hanno lottato per la nostra libertà sessuale. Ma poco dopo che questa libertà ha cominciato ad essere a portata di mano, un'altra cultura ha iniziato a diffondersi: quella che ha stravolto la libertà di donarsi in libertà di vendersi. E noi donne ne siamo state corresponsabili. Abbiamo lasciato che i nostri figli assorbissero dalla televisione questo sistema di valori; quasi senza che ce ne accorgessimo, la nostra idea di parità tra i sessi si è trasformata in un curioso pezzo di antiquariato, il femminismo è diventato una parolaccia, e la mobilità sociale una cosa da comprarsi col corpo.

L'infinita tristezza che mi suscita questo stato di cose, la sapete.