sabato 28 novembre 2009

Wall Street: la stangata. Cosa abbiamo imparato per non perdere più soldi

Wall Street: la stangata è un libro-intervista in cui Gianfilippo Cuneo risponde alle domande di Fabio Tamburini sui postumi della crisi e sulle opportunità che ne nascono. Forse non vi darà ricette per investire meglio; sicuramente vi farà riflettere con le sue opinioni e con qualche provocazione.

Dopo aver ricostruito la meccanica della crisi finanziaria, Cuneo passa a illustrare il suo pessimismo sul mondo del private equity ("Non ci sono più le condizioni per tenere in vita, nelle dimensioni storiche, l'industria del private equity") e il suo scetticismo - forse eccessivo - su quello del venture capital, definito un'occasione perduta ("molti si sono bruciati e il ricordo delle scottature è rimasto, il che ha portato a un disinteresse generalizzato verso tale forma di investimento, praticamente scomparsa non solo in Italia ma anche un po' in tutti i Paesi europei").
Cuneo ha poi parole non tenere per il capitalismo familiare all'italiana e per gli imprenditori di prima generazione che passano l'azienda ai figli e ai nipoti, anziché aprirla al capitale esterno per permetterle di crescere e rafforzarsi. Ma le bordate arrivano quando Cuneo parla della qualità del management delle imprese:
La gente pensa solitamente che per arrivare a diventare amministratore delegato di una azienda bisogna essere bravi. In realtà non è proprio così. [...] Nella maggior parte dei casi gli amministratori delegati, in italia come all'estero, non sono particolarmente bravi nelle materie che solitamente sono associate alla gestione, cioè conoscenze tecniche, esperienza, leadership, capacità analitiche. Ma eccellono in quelle politiche, nella furbizia di corridoio, nel costruirsi una immagine, sovente con i soldi della società. Il track record, ovvero i risultati raggiunti in passato, non è importante, anche perché può essere manipolato a posteriori, a meno di fallimenti plateali. [...]
Spesso l'amministratore delegato non pensa soltanto a migliorare i risultati aziendali. Pensa soprattutto a come ingraziarsi le persone che sono fondamentali per la sua nomina. All'epoca della presidenza di Romano Prodi all'IRI, per esempio, era uno spasso vedere tanti aspiranti amministratori delegati che facevano la fila per andare in bicicletta con lui e si allenavano anche per [...] avere chance maggiori di essere nominati quando si liberava un posto. Ma lo stesso succede in Fiat, nelle banche, nelle aziende pubbliche. [...]
Di solito gli azionisti di aziende, banche, assicurazioni e simili si sentono rassicurati scegliendo persone conosciute, spesso anche superficialmente [...] Preferiscono persone senza una forte personalità, che quindi diranno di sì a tutte le imposizioni, che non creeranno situazioni di conflitto, che condivideranno le decisioni con chi gli sta sopra e non faranno ombra a nessuno.
Un caso da manuale è quello delle ex partecipazioni statali, in cui ci sono manager praticamente inamovibili e che gestiscono aziende da decenni. [...] Ma non grazie alla forza dei risultati raggiunti, piuttosto sulla promessa di essere acquiescenti con il nuovo padrone come lo sono stati con il vecchio.
Cuneo non ha peli sulla lingua e fa nomi e cognomi. Per questi, però, leggete il libro!

mercoledì 25 novembre 2009

Accade Domani, qualche riflessione (il vincitore non è un overnight success)

Ogni tanto è bello poter dare notizie che riguardano le persone con cui ci si è trovati bene a fare delle cose. Un mio giovane amico, Raffaele Mauro, è il vincitore della prima edizione di Accade Domani, il premio per le idee di "micropolitica" (o social entrepreneurship, diremmo in milanese moderno) istituito da Italia Futura.

Raffaele intende realizzare una piattaforma di microcredito per far ripartire attività imprenditoriali e commerciali in Abruzzo dopo il terremoto. Il modello di riferimento è Kiva.org, e il premio assegnato da Italia Futura consiste in 30.000 euro per la realizzazione del progetto.

Raffaele si è laureato all'Università di Pescara; io l'ho conosciuto, mentre era studente per il dottorato in Storia Economica all'Università Bocconi, grazie all'impegno che ha profuso come parte del team di volontari che aiutano Roger Abravanel per il blog Meritocrazia. La quantità di idee generate da Raffaele in poco più di un anno che lo conosco è impressionante, e soprattutto è straordinaria l'energia con cui una volta ideata un'iniziativa Raffaele non la tiene nel mondo delle idee ma cerca e trova il forum in cui questa idea possa trovare consensi, sponsor, e possibilità concrete di realizzazione: da Working Capital a Google 10^100, da Start Cup Milano Lombardia a appunto Accade Domani. Per persone creative e imprenditoriali come Raffaele e i compagni di team com cui ha partecipato alle varie iniziative, anche il vedersi bocciare un'idea dopo l'altra, come di fatto è successo negli ultimi anni, è un'esperienza senza paragoni perché permette di imparare dai fallimenti e ogni volta pensare qualcosa di più solido e migliore. Insomma, non c'è niente di improvvisato nel successo di Raffaele ad Accade Domani: ci sono anni di entusiasmo e di etica del lavoro, di fare la notte per rispettare la deadline di un progetto, di sbagliare e capire che cosa si è sbagliato. Se avessimo più giovani con questo approccio, allora sì che forse avremmo tante Silicon Valley in Italia.

Post scriptum: off topic, sempre parlando di premi: non si vince niente di concreto ed è più che altro un gioco, ma un'amica ha avuto la bontà di candidarmi per i LinkedIn European Business Awards, quindi potete votarmi qui.

domenica 15 novembre 2009

Pensare "out of the box": le imposte e il patrimonio

I conti pubblici non tornano, l'istruzione e la giustizia hanno bisogno di risorse, consumatori e imprese sono in debito d'ossigeno, i tagli alla spesa pubblica improduttiva non riscuotono grandi consensi.

Che fare? In Germania tre titolari di partimoni ereditari (il sindacalista Peter Vollmer, lo psicanalista Dieter Lehmkuhl e il filosofo Bruno Hass) hanno preparato un appello per la reintroduzione dell'imposta patrimoniale, abolita in Germania nel 1997: propongono di destinarne i proventi a cultura, ecologia e sanità. Imperfetta, a mio parere, in principio (darebbe luogo a una sorta di doppia imposizione in capo allo stesso soggetto, almeno per i patrimoni guadagnati dal titolare anziché ereditati), potrebbe essere nei fatti un modo intelligente di reintrodurre nel sistema tributario quel criterio di progressività che altri elementi (si pensi alle imposte indirette) appiattiscono o contrastano. Né del resto l'idea sembra così strampalata: la Svizzera ha da sempre un'imposta sul patrimonio senza che per questo i cittadini svizzeri scendano ogni anno in piazza a manifestare contro l'amministrazione cantonale comunista.

Un prelievo sui grandi patrimoni potrebbe correggere l'incapacità degli Stati di tassare i grandi redditi. Ricorderete Warren Buffett, che si è espresso contro il paradosso che lo porta a pagare il 17,7% (su un reddito nel 2005 di 46 milioni di dollari) mentre la sua receptionist paga il 30%. Lo stesso Buffett individua nell'imposta di successione uno strumento per tassare i patrimoni promuovendo allo stesso tempo la giustizia sociale: fare a meno di un'imposta di successione, ha detto, sarebbe come "scegliere la nazionale olimpica per il 2020 convocando i figli primogeniti dei vincitori delle medaglie d'oro nel 2000". Nel 2001 William Gates Sr. (padre di Bill Gates), George Soros, Ben Cohen (fondatore di Ben & Jerry's), e un paio di membri della famiglia Rockefeller inviarono al presidente Bush una petizione in difesa dell'imposta di successione (Buffett non la firmò perché, a suo parere, non era abbastanza radicale nel promuovere una società dove il successo si basa sul merito anziché sull'eredità). Ed è noto che Bill Gates figlio, che a sua volta ha tre figli, ha detto che del suo patrimonio erediteranno "qualcosa, ma non una percentuale significativa".

Sarebbe bello, io credo, se anche i ricchi di casa nostra la pensassero così.

giovedì 5 novembre 2009

Storia di A.

Non conosco A.: so che ha poco meno di 30 anni, è laureata, e vive in una città del Centro-Sud.
Mi dicono che è una persona capace, intelligente e con voglia di lavorare. E che ha lavorato: come agente di vendita, magazziniera, commessa, barista. Ma da pochi giorni non lavora più. Ecco le sue parole.

[... ] Alla fine non mi hanno rinnovato il contratto. Non è questo che più mi fa stare male, da una parte me l'aspettavo [... ]
Il mio area manager ha farfugliato qualcosa che aveva a che fare con la collega del pomeriggio, a cui scadeva il contratto il mio stesso giorno, che era incinta da 5 mesi e non ha detto niente a nessuno.
La scusa per il non rinnovo del mio contratto è stata questa, "la sua collega del pomeriggio è rimasta incinta, per cui...", la frase in realtà è terminata qui, non ha avuto seguito.
Mi è crollato il mondo addosso, perchè non mi è rimasto nulla in mano; [... ] mi ritrovo al punto di partenza, senza lavoro e senza nient'altro.
Mi sono rivolta ad un sindacato per cercare di capirci qualcosa, non credo che questo serva a farmi sentire meglio, ma soprattutto non serve a rendermi meno incazzata e meno piena di rancore, ma mi sono sentita, e mi sento, così umiliata, denudata nel profondo, che non riesco ancora a trovarci un senso. [... ]
Ma chi lo vado a raccontare come mi sento, ad un sindacato, che gli racconto? che per colpa della gravidanza della mia collega io ho perso il lavoro? a chi lo racconto? che quella gravidanza mi fa più male che altro, a chi lo vado a raccontare?
Ma c'è altro, che mi brucia dentro e che non riesco a tirare fuori, è dentro, come un senso di nullità, come se la mia fosse una sconfitta, delle mie capacità, della mia intelligenza.