Goliarda Sapienza, "L'arte della gioia" e lo sguardo sul nostro presente
1° gennaio 1900: è la data di nascita di Modesta, la protagonista de "L'arte della gioia", orfana di contadini, autodidatta in convento e oltre, principessa per matrimonio, appassionatamente bisessuale, antifascista, carcerata, madre, nonna, e mille altre cose che non sto a raccontarvi, perché è meglio che il romanzo lo leggiate da voi.
La Sicilia feudale della prima metà del romanzo è una sorta di Macondo da realismo magico in versione mediterranea. Ma poi, con il fascismo, la guerra e il primo dopoguerra, riconosciamo nel romanzo i semi dell'Italia di oggi; e in qualche squarcio di lucidità preveggente sembra quasi che Goliarda Sapienza (che terminò il libro a Roma nel 1976) ci dica che cosa siamo diventati oggi.
Sulle lunghe ombre del ventennio:
"Sì, mamma, gli orrori più grossi almeno per noi qui in Italia sono finiti. Ma poi ti racconterò, ne ho viste di cose tra questi alleati! [...] Ma ora anche questo mio passato è finito e, se non dobbiamo essere pessimisti. non dobbiamo neanche pensare - come la maggior parte della gente, purtroppo - che con la fine del fascismo andrà tutto per il meglio. [...] Vent'anni per ricominciare tutto daccapo. La rivoluzione non c'è stata. E sarà molto se ci leveremo dai piedi i Savoia. Vent'anni di regime e di ignoranza si pagano. Nel mio viaggio di ritorno attraverso tutta l'Italia ho sentito certi discorsi da rabbrividire. Mi sono fatto la convinzione che li pagheremo tutti questi anni, tutti, giorno per giorno, ora per ora." (p. 456)
Sulla condizione femminile:
"Attente, Bambolina, Crispina, Olimpia, attente! Fra venti, trent'anni non accusate l'uomo quando vi troverete a piangere nei pochi metri di una stanzetta con le mani mangiate dalla varechina. Non è l'uomo che vi ha tradite, ma queste donne ex schiave che hanno volutamente dimenticato la loro schiavitù e, rinnegandovi, si affiancano agli uomini nei vari poteri [...] attente voi, privilegiate dalla cultura e dalla libertà, a non seguire l'esempio di queste negre perfettamente allineate. Al posto delle mani tagliuzzate dalla varechina, per voi si preparano anni di cupo esercizio mascolino nel legare alla catena di montaggio le più povere e l'atroce notte insonne dell'efficienza a tutti i costi. E fra venti anni di questo esercizio vi troverete chiuse in gesti e pensieri distorti [...], inchiodate davanti al vuoto e al rimpianto della vostra identità perduta." (p. 470-471)
"E va bene Prando, te l'ho detto e te lo ripeto: io voglio essere indipendente dagli uomini come Lucio. E state attenti perché di questo passo quando le donne si accorgeranno di come voi uomini di sinistra sorridete con sufficienza paternalistica ai loro discorsi, quando la tua Amalia si accorgerà di non essere ascoltata e di fare due lavori sfinendosi davanti ai fornelli e in laboratorio - perché non mi parli mai del lavoro di Amalia, eh? Perché devo sentire solo quanto è dolce, carina o gelosa? - quando si accorgeranno, la loro vendetta sarà tremenda, Prando, come in America. Vi negheranno e..." (p. 479-480)
Sulla famiglia e sulla professione:
"Non tutti, figlio, hanno la fortuna d'avere un padre che ti spiana la strada. Perché cercare cose impossibili come l'archeologia quando qui a portata di mano hai uno studio d'avvocato che rende come un pozzo di petrolio?" (p. 485)"Son dovuto andare dal medico, qualcosa non va nel mio cuore. Dicono che devo decidermi, o cambiare vita e campare ancora trent'anni, o... [...] Ma lo sai che gli ho detto io a quel cretino patentato? Che senza il mio lavoro che mi ubriaca più del vino e senza la motocicletta non posso vivere." (p. 491)"Che forza ha quel ragazzino! E che rettitudine! Mettiamo col servizio militare... potevo con quattro soldi farlo riformare e invece... Parte, oh! fra qualche mese parte e non c'è niente da fare. Ma perché? [...] Sì, sì, cose così dice, ma... quannu torna con me deve stare! E se no lo studio a chi lo lascio, io?" (p. 493)