domenica 28 febbraio 2010

Invictus, Nelson Mandela e il rugby

Sapete già che amo i rugbisti; oltre al rugby, di questo film mi sono piaciute soprattutto due cose.

Uno, la scelta degli sceneggiatori di raccontare gran parte della storia dal punto di vista (insolito) degli uomini della scorta di Mandela, con i loro conflitti e i loro nervi a fior di pelle.
Due, la chiarezza nel mostrare che il sostegno agli Springboks è stato il risultato del genio politico di Madiba, deliberato nel fare dello sport uno strumento della politica (qui usato a buon fine, quello di riconciliare una nazione divisa e ferita; ma che altri politici usano per scopi senz'altro meno degni).
Qui la poesia vittoriana da cui il film prende il titolo. E, a proposito di Clint Eastwood, se ve lo siete persi recuperate subito il grandissimo e commovente Gran Torino.

lunedì 22 febbraio 2010

Ottimismo globale, pessimismo locale

Ieri ho avuto una interessante discussione della domenica sera con Paolo Iabichino all'interno di un thread aperto da Maurizio Goetz. Si è partiti dal disastro del turismo in Italia, e Paolo ha citato il libro a cura di John Brockman 153 ragioni per essere ottimisti (a sua volta il prodotto del sondaggio di inizio 2007 condotto dal sito Edge.org tra autorevoli esponenti della ricerca scientifica, sociale, artistica e culturale) per dire che l'ottimismo globale riscontrato da Brockman può darci ragioni per essere ottimisti, anche nel nostro piccolo, anche in Italia.

In particolare, l'ottimo Jared Diamond dichiarò a Edge in quell'occasione: "sono cautamente ottimista perché i grossi gruppi industriali a volte concludono che ciò che è buono per il futuro a lungo termine dell'umanità lo è anche per i loro utili". (A chi abbia letto l'avvincente Collasso: come le società scelgono di morire o di vivere, dello stesso Diamond, si può perdonare di ritenere perlomeno a senso alternato l'ottimismo che dovremmo trarre dalle dichiarazioni dell'autore). E Paolo sostiene che questo cambiamento del mercato è destinato a far bene anche in Italia.
A me sembra, purtroppo, che l'Italia si stia deliberatamente marginalizzando o escludendo da quasi tutti i trend più importanti che offrono ragioni di ottimismo ai pundits di Edge.org. Partiamo da Diamond e i grossi gruppi industriali: siamo in fondo alle classifiche OCSE per numero di aziende di grandi dimensioni, o se volete siamo in cima alle classifiche del nanismo, perché in Italia non si è mai smesso di credere alla favoletta del "piccolo è bello" (compreso nel turismo) e perché si è permesso all'economia informale di avvelenare quella formale. Quindi, dando per buono l'assunto di Diamond e fatto 100 l'impatto positivo sull'economia di un Paese che Diamond mediamente attribuisce alla capacità delle grandi aziende di essere lungimiranti, in Italia quanto ne vedremo? 50? 30?
Per gli altri megatrend da cui l'Italia è tagliata fuori, basta spulciare il sito da cui è stato tratto il libro; qui qualche esempio.
  • Adam Bly, Science on the Agenda - "I am optimistic that science is recapturing the attention and imagination of world leaders." Non dei nostri, purtroppo (vi ricordo che al Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica abbiamo una laureata in Giurisprudenza).
  • Daniel Dennett, The Evaporation of the Powerful Mystique of Religion: ma vi pare?
  • Jamshed Bharucha, The Globalization of Higher Education: a questo fenomeno, mi sembra, partecipiamo in dosi pressoché omeopatiche.
  • Gloria Origgi, The Impact of Multilinguism in Europe: qui si risponde l'autrice da sola: "All this may be just wishful thinking, projecting my own personal trajectory on the future of Europe."
  • W. Daniel Hillis, The Long View of Demographics: guardate una qualsiasi proiezione per il nostro sistema pensionistico (ci sono scenari in cui nel 2050 l'Italia ha 40 milioni di abitanti) e vi potete rendere conto che l'ottimismo globale non ha ragione alcuna di essere uniformemente distribuito.
Insomma, Paolo saggiamente dice: "io non ho fretta. se penso a un mondo un po' migliore lo penso per i miei figli." Io invece un po' di fretta ce l'ho, e per poter essere ottimisti credo che, al di là di leggere gli intellettuali di Edge.org, si debba un po' tutti rimboccarsi le maniche.

martedì 9 febbraio 2010

Quoziente familiare, quante chiacchiere ancora prima di capire che è una cattiva idea?

Ne abbiamo già parlato (qui e qui). Ma poiché sotto elezioni regionali alcuni candidati ne hanno fatto una parte della propria piattaforma, ripetiamolo: il quoziente familiare non è un aiuto alla famiglie. E' uno sconto fiscale ai milionari che sposano le operatrici di call center (o alle ereditiere che sposano i nullatenenti). Con il fatto di aiutare le famiglie, a far due conti, non c'entra proprio niente.

Ne ha parlato ieri sul Sole 24 Ore Vincenzo Visco, che non starà simpatico a tutti, ma qui ha ragione. Dal suo articolo:

  • il quoziente familiare rappresenta un forte disincentivo al secondo lavoro familiare. Ciò è particolarmente vero per i redditi bassi e medi...
  • ... comporta un risparmio crescente col reddito familiare, quindi il passaggio eventuale al nuovo sistema avvantaggerebbe soprattutto i ricchi...
  • Il vantaggio del quoziente è massimo quando uno dei due coniugi è privo di reddito (casalingo) e inesistente se vi sono due percettori con lo stesso reddito...
  • Con il quoziente il risparmio di imposta più consistente è assicurato dalla presenza di un coniuge casalingo e non dalla presenza di figli...
  • ... i figli (e i coniugi) dei ricchi sono più meritevoli, e valgono di più, di quelli dei poveri.
Poi fate voi, se volete votare per la gente che vi propone questi sistemi.