Ieri ho avuto una interessante discussione della domenica sera con Paolo Iabichino all'interno di un thread aperto da Maurizio Goetz. Si è partiti dal disastro del turismo in Italia, e Paolo ha citato il libro a cura di John Brockman 153 ragioni per essere ottimisti (a sua volta il prodotto del sondaggio di inizio 2007 condotto dal sito Edge.org tra autorevoli esponenti della ricerca scientifica, sociale, artistica e culturale) per dire che l'ottimismo globale riscontrato da Brockman può darci ragioni per essere ottimisti, anche nel nostro piccolo, anche in Italia.
In particolare, l'ottimo
Jared Diamond dichiarò a Edge in quell'occasione: "sono cautamente ottimista perché i grossi gruppi industriali a volte concludono che ciò che è buono per il futuro a lungo termine dell'umanità lo è anche per i loro utili". (A chi abbia letto l'avvincente
Collasso: come le società scelgono di morire o di vivere, dello stesso Diamond, si può perdonare di ritenere perlomeno a senso alternato l'ottimismo che dovremmo trarre dalle dichiarazioni dell'autore). E Paolo sostiene che questo cambiamento del mercato è destinato a far bene anche in Italia.
A me sembra, purtroppo, che l'Italia si stia deliberatamente marginalizzando o escludendo da quasi tutti i trend più importanti che offrono ragioni di ottimismo ai pundits di Edge.org. Partiamo da Diamond e i grossi gruppi industriali: siamo in fondo alle classifiche OCSE per numero di aziende di grandi dimensioni, o se volete siamo in cima alle classifiche del nanismo, perché in Italia non si è mai smesso di credere alla favoletta del "piccolo è bello" (compreso nel turismo) e perché si è permesso all'economia informale di avvelenare quella formale. Quindi, dando per buono l'assunto di Diamond e fatto 100 l'impatto positivo sull'economia di un Paese che Diamond mediamente attribuisce alla capacità delle grandi aziende di essere lungimiranti, in Italia quanto ne vedremo? 50? 30?
Per gli altri megatrend da cui l'Italia è tagliata fuori, basta spulciare il sito da cui è stato tratto il libro; qui qualche esempio.
- Adam Bly, Science on the Agenda - "I am optimistic that science is recapturing the attention and imagination of world leaders." Non dei nostri, purtroppo (vi ricordo che al Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica abbiamo una laureata in Giurisprudenza).
- Daniel Dennett, The Evaporation of the Powerful Mystique of Religion: ma vi pare?
- Jamshed Bharucha, The Globalization of Higher Education: a questo fenomeno, mi sembra, partecipiamo in dosi pressoché omeopatiche.
- Gloria Origgi, The Impact of Multilinguism in Europe: qui si risponde l'autrice da sola: "All this may be just wishful thinking, projecting my own personal trajectory on the future of Europe."
- W. Daniel Hillis, The Long View of Demographics: guardate una qualsiasi proiezione per il nostro sistema pensionistico (ci sono scenari in cui nel 2050 l'Italia ha 40 milioni di abitanti) e vi potete rendere conto che l'ottimismo globale non ha ragione alcuna di essere uniformemente distribuito.
Insomma, Paolo saggiamente dice: "io non ho fretta. se penso a un mondo un po' migliore lo penso per i miei figli." Io invece un po' di fretta ce l'ho, e per poter essere ottimisti credo che, al di là di leggere gli intellettuali di Edge.org, si debba un po' tutti rimboccarsi le maniche.