
Gibellina è una new town, costruita una ventina di chilometri più a valle dell'antica Gibellina distrutta dal terremoto del Belice la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968. E ha già l'aria di una ghost town. Potete immaginare quanto questo mi dispiaccia per un luogo la cui toponomastica include il nome di Piazza Joseph Beuys per una delle piazze principali del paese. Negli anni '70 e '80 furono chiamati a dar vita alla nuova Gibellina artisti e architetti italiani e internazionali, nell'intenzione di fare del paese un museo d'arte contemporanea a cielo aperto: e oggi è possibile vedere opere di Consagra, Burri, Paladino, Melotti e molti altri.
Ma tutto il paese è ancora soffocato dal non finito, dai cantieri abbandonati, dagli scheletri di edifici mai portati a termine. Non basta qualche sprazzo di vitalità, come l'attività della
Fondazione Orestiadi, a fare di Gibellina un polo di attrazione. Il Museo Civico di Gibellina, nonostante gli squilli di tromba provenienti dal Ministero dei Beni Culturali riguardo alle aperture dei musei italiani nei giorni di Pasqua e Pasquetta, era desolatamente chiuso.
Resta la splendida Chiesa Madre di Ludovico Quaroni (nella foto sopra, la sfera dell'abside vista dall'esterno e la banda comunale in un momento di riposo); ma anche se quella mattina vi si celebravano i battesimi, non sono riuscita a scrollarmi di dosso l'impressione che Gibellina veda molti più funerali.

Salemi è un borgo poco lontano, che il terremoto ha distrutto solo in parte, e che conserva alcune belle chiese di epoca barocca. La recente boutade di Vittorio Sgarbi, che il 30 giugno 2008 si è fatto eleggere sindaco promettendo di rivitalizzare la città, per ora ha portato a fiumi di inchiostro sui giornali e a un flusso turistico mal gestito, con una viabilità delirante che permette alle auto di girare in tutti gli stretti vicoli del centro anziché costringerle al parcheggio a valle e far girare il borgo a piedi (nella foto, le auto che fanno il giro intorno ai resti della Chiesa Madre (1615), restaurati da Alvaro Siza nel 1998). Con Sgarbi sono arrivate tante promesse ancora da mantenere. Può essere divertente dare al gastronauta Davide Paolini la carica di Metassessore al Gusto e Disgusto, e allo chef Fulvio Pierangelini quella di Metassessore alle Mani in Pasta, ma se poi il turista affamato arriva in piazza Alicia, davanti al Castello normanno-svevo e alla chiesa che vi ho mostrato sopra, l'unico caffè della piazza è chiuso, e i locali dicono che per trovare da mangiare bisogna andare verso l'autostrada, il turista affamato certamente non ricorderà Salemi come un tempio delle tradizioni gastronomiche siciliane.
L'operazione-Sgarbi che ha fatto più rumore, lanciata il 2 settembre 2008, è stata "Case a 1 euro", la messa in vendita a 1 euro ciascuno di un migliaio di lotti nei quartieri Rabato e Giudecca, a patto che l'acquirente si impegni al restauro secondo i criteri architettonici originari. Hanno aderito, pare, Lucio Dalla, Rocco Forte, Peter Gabriel, Massimo Moratti. Ma che senso ha ricostruire - a costi prevedibilmente altissimi - casupole distrutte da oltre 40 anni, e che già allora erano forse in ritardo rispetto ai criteri abitativi dell'epoca in cui sono crollate? E soprattutto, farlo in una Regione in pieno collasso demografico? (Controllate pure le
previsioni dell'Istat: nei prossimi 40 anni, pare, da oltre 5 milioni di abitanti la Sicilia scenderà a 4 milioni e mezzo nel migliore dei casi, e a 4 in quello pessimistico.)
Credo che, in generale, si debba uscire dall'equivoco che vuole che tutto il distrutto vada ricostruito. Lo sa la gente di New Orleans, dove è ormai chiaro che la città non tornerà mai più alle dimensioni che aveva prima di Katrina; e lo sanno gli amministratori di Detroit, che ritengono che andrà sgomberata e lasciata rinselvatichire una buona fetta del territorio comunale, sul quale economia e demografia non permettono più di fornire neanche un minimo di servizi pubblici.
La valle del Belice non è Detroit, e l'olio e il vino, pur avendo sofferto, non hanno subito il durissimo sboom delle Big 3 dell'industria automobilistica. Ma resta da chiedersi perché conservare e recuperare tutto il patrimonio edilizio, fin quello nei paesini più remoti, quando questo non ha alcun senso che non sia quello della moda trainata dalla celebrity di turno. (La prossima Detroit, tra qualche decennio? Potrebbe essere Roma.)

Infine, vorrei tornare agli artisti. (Nella foto, decorazione murale di Carla Accardi a Gibellina). L'arte serve se c'è anche qualcos'altro: lo shopping e i musical a New York, la finanza a Londra, il lago e le terme a
Hakone, il Chianti a
Castelnuovo Berardenga. Ma da sola non basta. Non serve a nulla, se non a creare qualche cattedrale nel deserto, e non basta.
Non si può illudersi di creare un'economia sulla base dell'arte. Chiamare gli artisti e gli intellettuali a lavorare per un posto che non ha nulla serve solo a farne parlare per lo spazio di un mattino. Ma se non c'è nient'altro, o anche se c'è qualche chiesa barocca, gli amministratori locali farebbero meglio a interrogarsi prima su come creare le basi di un'economia vitale e di una polis sostenibile, e poi, solo poi, se del caso, chiamare anche gli artisti.