mercoledì 30 giugno 2010

Eugea, l'ecologia urbana dall'Italia al resto d'Europa

Questo mese, circa sei mesi dopo che ve l'avevo annunciato, l'università di Bologna ha ceduto la sua quota in Eugea (Ecologia Urbana Giardini e Ambiente) e alcuni soci di Italian Angels for Growth, tra cui io, sono entrati nella compagine societaria, con l'obiettivo di sostenere questa bellissima iniziativa nella sua crescita in Italia e all'estero.

E proprio per l'estero (in primis Germania, UK, Paesi nordici) Eugea cerca agenti e distributori. Occorre stabilire rapporti commerciali con le librerie; i negozi di prodotti naturali/biologici; i negozi di giocattoli intelligenti/educational; i centri di giardinaggio; e i grandi magazzini un po' chic, che vogliano proporre alla clientela "la biodiversità in città".
Chi ha i contatti giusti mi faccia sapere; ogni suggerimento è benvenuto.

sabato 19 giugno 2010

Di impresa, università, federalismo e gattopardi

Riforme, riforme, riforme. Sono nell'agenda di tutti i governi che abbiamo avuto negli ultimi vent'anni, ma più si parla di riforme e meno si ha l'impressione che si riesca a cavare un ragno dal buco. Sarà nel carattere nazionale italiano ficcarsi in problemi talmente complicati che nessuno riesce a risolverli? C'è da noi una vischiosità, una resistenza al cambiamento, un immobilismo congenito, così forte che qualunque sforzo di cambiare le cose, per quanto animato da nobili ideali, fallisce come una carica di Don Chisciotte con Ronzinante invischiato nella melassa di un malefico Gattopardo? C'è un principio metafisico, un'inerzia ontologica, insita nelle cose di casa nostra? Tre esempi.

La semplificazione per le imprese. Ci si crede ancora, tant'è vero che la propaganda di questi giorni ci propone un roseo futuro di libertà d'impresa, all'insegna della "Scia" (Segnalazione certificata di inizio attività). Tuttavia, ricorda Carmine Fotina sul Sole 24 Ore di oggi, ci si arriva dopo diciotto anni di tentativi, tra sportelli polifunzionali e sportelli unici, tra impresa in un giorno e comunicazione unica. Diciotto anni in cui siamo rimasti a fondo classifica in tutti i ranking internazionali su tempi e costi di avvio di attività imprenditoriali. (E questo per le nuove imprese; vogliamo parlare dei lacci e lacciuoli per le imprese esistenti?)

La riforma dell'università. Messo a regime un "tre più due" che ha sortito l'effetto esattamente opposto a quello desiderato (i laureati italiani arrivano sul mercato del lavoro un anno più tardi, anziché un anno prima), si è cominciato a mettere mano ad altri mali del nostri sistema universitario, come le modalità di reclutamento del corpo docenti, e a tentare di introdurre qualche timido parametro di qualità della performance accademica nell'allocazione di una minima quota dei fondi destinati all'intero carrozzone. Ma l'iter della riforma presentata nel novembre 2008, e attualmente in lavorazione al Senato, vedrà la Camera al lavoro sul tema presumibilmente non prima di gennaio 2011; cosicché viene da concordare con Francesco Giavazzi quando oggi si chiede sul Corriere della Sera se si debba leggere l'inerzia di Governo (che pure su altri temi non si è fatto scrupolo di usare il voto di fiducia) e Parlamento come una deliberata strategia perché i nostri figli "continuino a guardare la TV e non leggano troppi libri, così non si faranno venire strane idee."

Il federalismo. E' di ieri la notizia che al ministro per le Riforme (Bossi), a quello per l'Attuazione del programma di governo (Rotondi), a quello per la Semplificazione legislativa (Calderoli) e a quello per gli Affari regionali (Fitto) si è pensato bene di aggiungere un ministro per l'Attuazione del federalismo. Essendo il federalismo la principale riforma promessa dal governo in carica, il cuore del programma di governo, e il principale affare regionale di cui il governo ha dichiarato di volersi occupare, il neoministro Brancher dovrebbe forse mandarne in pensione altri tre (si salverebbe solo Calderoli, che ha altre cose da semplificare); ovviamente non sarà così.
Rimango convinta che il federalismo, per quanto interessante in principio, da noi sia infattibile nella pratica. Il federalismo può funzionare solo ed esclusivamente in due casi: (a) quando uno Stato nasce federale (la Svizzera, gli Stati Uniti D'America); (b) quando uno Stato, come la Germania postbellica, viene rifondato dalle macerie di una catastrofe che ne ha fatto crollare le istituzioni e azzerato la classe dirigente. In tutti gli altri casi il federalismo aggiunge un nuovo livello di "mangia mangia" per tutti, senza intaccare costi e sprechi del sistema su cui si innesta. Ditemi se a vostro parere nell'Italia di oggi possiamo aspettarci qualcosa di diverso. Ora, tra tenerci uno Stato un po' troppo accentratore e augurarci un'altra apocalisse come l'ultima guerra mondiale per annullare tutta l'infrastruttura di governo odierna e ripartire da un foglio bianco, non sono sicura che dovremmo preferire la seconda opzione.

Dalla cronaca di tutti i giorni si ha la sensazione, forse erronea, che i problemi italiani siano intrinsecamente più intrattabili di quelli altrui. (Poi si può sostenere che i nostri leader stiano affrontando le giuste priorità per il bene del Paese o meno, ma questo è un altro discorso.) Se sono più difficili (perché abbiamo più incrostazioni, più squilibri, più rendite di posizione, più gattopardi o altro), davvero dovremmo tirare fuori tutti i migliori talenti che l'Italia è capace di esprimere e metterli al lavoro per aggiustare tutto quello che non funziona. (Era un po' l'idea delle delivery unit, lanciata da Abravanel due anni fa e mai ascoltata.) E anche se non lo sono, che cosa stiamo aspettando?

martedì 15 giugno 2010

Le donne, l'Italia e altri pianeti

"La situazione sarà cambiata quando, indipendentemente dal numero di donne sul palco (1, 2, 10), nessuno più noterà o commenterà sul numero di donne sul palco." (commento - mio - a margine di un evento Working Capital).
Partiamo degli altri pianeti: gli Stati Uniti (e l'allarmismo di Hanna Rosen sull'Atlantic in "The End of Men"), la Svezia (Katrin Bennhold sul New York Times: "In Sweden, Men Can Have It All") la Norvegia, persino la Francia (Leonardo Martinelli sul Sole 24 Ore: "Cherchez la femme. In Francia parte la caccia alle donne manager per i CdA").
Mi direte che il modello da seguire è l'America liberista e laissez-faire, che sembra piuttosto lontana dal porsi il tema delle quote per le donne nei ruoli aziendali di vertice, e che dei congedi di paternità se ne sbatte abbastanza, diciamo (già quelli di maternità sono striminziti, il che è un'altra forma di parità, se vogliamo). Ma da loro una donna può lasciare l'azienda, uscire dal mercato del lavoro, diciamo, per sei mesi, e poi rientrarvi; sono i meriti di un modello flessibile. Da noi, rischia di non rientrare più.
E poi non ci sono le veline, da loro. Mai sottovalutare questo fatto. Non hanno le veline.
Ma con tutto questo: perché dovremmo diventare più americani (nella cultura del lavoro), più norvegesi (nei meccanismi di formazione dei vertici aziendali), più svedesi (nel dare ai padri le loro responsabilità per la famiglia)? Facciamo un semplice esperimento mentale.
Lo sapete, ci siamo sempre dette che, testa bassa e ventre a terra, a forza di lavorare bene e di portare risultati, ce l'avremmo fatta.
Ultimamente abbiamo capito che non è così. Che ci vuole, ma non basta. Perché il meccanismo fondamentale dei vertici aziendali è la cooptazione. Bisogna prima essere brave, molto brave, per molto tempo, e poi avere una massa critica di gente che ti coopta.
Ecco l'esperimento. Supponiamo che un giorno perdiate il lavoro. Supponiamo altresì che decidiate di prendere dieci appuntamenti per pranzo, per dieci tête-à-tête con persone che vi conoscono, che considerate autorevoli nel loro campo, e che possano darvi contatti e consigli per aiutarvi a trovare un nuovo lavoro.
Se siete donne, questi pranzi di lavoro saranno con uomini o con donne? Faccio un'ipotesi: a occhio e croce, secondo me inviterete a pranzo tre donne e sette uomini. State ricorrendo al vostro network, dove le figure di potere sono prevalentemente uomini - e con loro dovete pranzare -, ma riuscite anche a pensare a qualche donna, e quindi il vostro gruppo di riferimento include delle donne in posizione di autorità o almeno con esperienza tale da potervi dare consigli utili.
Supponiamo ora che non siate voi, ma uno di quei sette uomini nel vostro cerchio di riferimento, magari un CEO, a perdere il lavoro. Con chi andrà a pranzo quest'uomo? Faccio un'ipotesi anche su questo: salvo rare eccezioni, con dieci uomini. Perché? Perché nel suo panorama mentale delle persone che hanno autorità, influenza, credibilità, voi come donna non ci siete proprio. Potete esservi conquistate tutto il potere che volete, potete essere l'eminenza grigia dietro a un sacco di decisioni: ma difficilmente il vostro amico uomo rischierà di farsi vedere al ristorante a chiedere aiuto professionale a una donna. Non consciamente, eh. Ma perché proprio non vi calcola. Non vi considera un punto di riferimento. Non fate parte del suo network (anche se lui fa parte del vostro). Non siete nel suo schermo radar.
E ora supponiamo che, invece di aver perso il lavoro, il vostro amico CEO stia cercando qualcuno da cooptare in un consiglio di amministrazione. Si farà una lista mentale di dieci candidati. Molto probabilmente dieci uomini. Il suo schermo radar è lo stesso di prima. Voi (ripeto: salvo eccezioni), in quest'Italia del 2010, continuate a essere fuori.
Ci possono essere mille motivi per questo (l'uomo ha giocato a calcetto solo con uomini, si è trovato in altri CdA solo con uomini, ha scambiato un certo tipo di battute socializzanti solo con uomini). Ci sono mille motivi, ma non ci sono soluzioni. Tranne una, forse. Un forcing device, sia pure come misura temporanea. Una ventina o trentina d'anni di affirmative action, azione positiva per le donne nei CdA. Ebbene sì, le quote. Per una generazione o giù di lì. A questo, e a nient'altro, servono le quote. A cambiare le teste.
Poi, ben vengano anche i quattro giorni (giorni!) di congedo di paternità obbligatorio per i neopadri (Svezia? Due mesi. Non obbligatorio, ma non trasferibile alle madri, cosicché ne usufruiscono otto padri su dieci, e si sta pensando di aumentarlo a quattro mesi). Con quattro giorni non cambia la cultura di un Paese, ma è un primo passo. E un passo avanti, in questo Paese che da tempo sembra fare quasi solo passi indietro, è una buona notizia.

mercoledì 2 giugno 2010

Goliarda Sapienza, "L'arte della gioia" e lo sguardo sul nostro presente

1° gennaio 1900: è la data di nascita di Modesta, la protagonista de "L'arte della gioia", orfana di contadini, autodidatta in convento e oltre, principessa per matrimonio, appassionatamente bisessuale, antifascista, carcerata, madre, nonna, e mille altre cose che non sto a raccontarvi, perché è meglio che il romanzo lo leggiate da voi.
La Sicilia feudale della prima metà del romanzo è una sorta di Macondo da realismo magico in versione mediterranea. Ma poi, con il fascismo, la guerra e il primo dopoguerra, riconosciamo nel romanzo i semi dell'Italia di oggi; e in qualche squarcio di lucidità preveggente sembra quasi che Goliarda Sapienza (che terminò il libro a Roma nel 1976) ci dica che cosa siamo diventati oggi.
Sulle lunghe ombre del ventennio:
"Sì, mamma, gli orrori più grossi almeno per noi qui in Italia sono finiti. Ma poi ti racconterò, ne ho viste di cose tra questi alleati! [...] Ma ora anche questo mio passato è finito e, se non dobbiamo essere pessimisti. non dobbiamo neanche pensare - come la maggior parte della gente, purtroppo - che con la fine del fascismo andrà tutto per il meglio. [...] Vent'anni per ricominciare tutto daccapo. La rivoluzione non c'è stata. E sarà molto se ci leveremo dai piedi i Savoia. Vent'anni di regime e di ignoranza si pagano. Nel mio viaggio di ritorno attraverso tutta l'Italia ho sentito certi discorsi da rabbrividire. Mi sono fatto la convinzione che li pagheremo tutti questi anni, tutti, giorno per giorno, ora per ora." (p. 456)
Sulla condizione femminile:
"Attente, Bambolina, Crispina, Olimpia, attente! Fra venti, trent'anni non accusate l'uomo quando vi troverete a piangere nei pochi metri di una stanzetta con le mani mangiate dalla varechina. Non è l'uomo che vi ha tradite, ma queste donne ex schiave che hanno volutamente dimenticato la loro schiavitù e, rinnegandovi, si affiancano agli uomini nei vari poteri [...] attente voi, privilegiate dalla cultura e dalla libertà, a non seguire l'esempio di queste negre perfettamente allineate. Al posto delle mani tagliuzzate dalla varechina, per voi si preparano anni di cupo esercizio mascolino nel legare alla catena di montaggio le più povere e l'atroce notte insonne dell'efficienza a tutti i costi. E fra venti anni di questo esercizio vi troverete chiuse in gesti e pensieri distorti [...], inchiodate davanti al vuoto e al rimpianto della vostra identità perduta." (p. 470-471)
"E va bene Prando, te l'ho detto e te lo ripeto: io voglio essere indipendente dagli uomini come Lucio. E state attenti perché di questo passo quando le donne si accorgeranno di come voi uomini di sinistra sorridete con sufficienza paternalistica ai loro discorsi, quando la tua Amalia si accorgerà di non essere ascoltata e di fare due lavori sfinendosi davanti ai fornelli e in laboratorio - perché non mi parli mai del lavoro di Amalia, eh? Perché devo sentire solo quanto è dolce, carina o gelosa? - quando si accorgeranno, la loro vendetta sarà tremenda, Prando, come in America. Vi negheranno e..." (p. 479-480)
Sulla famiglia e sulla professione:
"Non tutti, figlio, hanno la fortuna d'avere un padre che ti spiana la strada. Perché cercare cose impossibili come l'archeologia quando qui a portata di mano hai uno studio d'avvocato che rende come un pozzo di petrolio?" (p. 485)
"Son dovuto andare dal medico, qualcosa non va nel mio cuore. Dicono che devo decidermi, o cambiare vita e campare ancora trent'anni, o... [...] Ma lo sai che gli ho detto io a quel cretino patentato? Che senza il mio lavoro che mi ubriaca più del vino e senza la motocicletta non posso vivere." (p. 491)
"Che forza ha quel ragazzino! E che rettitudine! Mettiamo col servizio militare... potevo con quattro soldi farlo riformare e invece... Parte, oh! fra qualche mese parte e non c'è niente da fare. Ma perché? [...] Sì, sì, cose così dice, ma... quannu torna con me deve stare! E se no lo studio a chi lo lascio, io?" (p. 493)