"La situazione sarà cambiata quando, indipendentemente dal numero di donne sul palco (1, 2, 10), nessuno più noterà o commenterà sul numero di donne sul palco." (commento - mio - a margine di un evento Working Capital).
Mi direte che il modello da seguire è l'America liberista e laissez-faire, che sembra piuttosto lontana dal porsi il tema delle quote per le donne nei ruoli aziendali di vertice, e che dei congedi di paternità se ne sbatte abbastanza, diciamo (già quelli di maternità sono striminziti, il che è un'altra forma di parità, se vogliamo). Ma da loro una donna può lasciare l'azienda, uscire dal mercato del lavoro, diciamo, per sei mesi, e poi rientrarvi; sono i meriti di un modello flessibile. Da noi, rischia di non rientrare più.
E poi non ci sono le veline, da loro. Mai sottovalutare questo fatto. Non hanno le veline.
Ma con tutto questo: perché dovremmo diventare più americani (nella cultura del lavoro), più norvegesi (nei meccanismi di formazione dei vertici aziendali), più svedesi (nel dare ai padri le loro responsabilità per la famiglia)? Facciamo un semplice esperimento mentale.
Ultimamente abbiamo capito che non è così. Che ci vuole, ma non basta. Perché il meccanismo fondamentale dei vertici aziendali è la cooptazione. Bisogna prima essere brave, molto brave, per molto tempo, e poi avere una massa critica di gente che ti coopta.
Ecco l'esperimento. Supponiamo che un giorno perdiate il lavoro. Supponiamo altresì che decidiate di prendere dieci appuntamenti per pranzo, per dieci tête-à-tête con persone che vi conoscono, che considerate autorevoli nel loro campo, e che possano darvi contatti e consigli per aiutarvi a trovare un nuovo lavoro.
Se siete donne, questi pranzi di lavoro saranno con uomini o con donne? Faccio un'ipotesi: a occhio e croce, secondo me inviterete a pranzo tre donne e sette uomini. State ricorrendo al vostro network, dove le figure di potere sono prevalentemente uomini - e con loro dovete pranzare -, ma riuscite anche a pensare a qualche donna, e quindi il vostro gruppo di riferimento include delle donne in posizione di autorità o almeno con esperienza tale da potervi dare consigli utili.
Supponiamo ora che non siate voi, ma uno di quei sette uomini nel vostro cerchio di riferimento, magari un CEO, a perdere il lavoro. Con chi andrà a pranzo quest'uomo? Faccio un'ipotesi anche su questo: salvo rare eccezioni, con dieci uomini. Perché? Perché nel suo panorama mentale delle persone che hanno autorità, influenza, credibilità, voi come donna non ci siete proprio. Potete esservi conquistate tutto il potere che volete, potete essere l'eminenza grigia dietro a un sacco di decisioni: ma difficilmente il vostro amico uomo rischierà di farsi vedere al ristorante a chiedere aiuto professionale a una donna. Non consciamente, eh. Ma perché proprio non vi calcola. Non vi considera un punto di riferimento. Non fate parte del suo network (anche se lui fa parte del vostro). Non siete nel suo schermo radar.
E ora supponiamo che, invece di aver perso il lavoro, il vostro amico CEO stia cercando qualcuno da cooptare in un consiglio di amministrazione. Si farà una lista mentale di dieci candidati. Molto probabilmente dieci uomini. Il suo schermo radar è lo stesso di prima. Voi (ripeto: salvo eccezioni), in quest'Italia del 2010, continuate a essere fuori.
Ci possono essere mille motivi per questo (l'uomo ha giocato a calcetto solo con uomini, si è trovato in altri CdA solo con uomini, ha scambiato un certo tipo di battute socializzanti solo con uomini). Ci sono mille motivi, ma non ci sono soluzioni. Tranne una, forse. Un forcing device, sia pure come misura temporanea. Una ventina o trentina d'anni di affirmative action, azione positiva per le donne nei CdA. Ebbene sì, le quote. Per una generazione o giù di lì. A questo, e a nient'altro, servono le quote. A cambiare le teste.
Poi, ben vengano anche i quattro giorni (giorni!) di congedo di paternità obbligatorio per i neopadri (Svezia? Due mesi. Non obbligatorio, ma non trasferibile alle madri, cosicché ne usufruiscono otto padri su dieci, e si sta pensando di aumentarlo a quattro mesi). Con quattro giorni non cambia la cultura di un Paese, ma è un primo passo. E un passo avanti, in questo Paese che da tempo sembra fare quasi solo passi indietro, è una buona notizia.