giovedì 9 settembre 2010

Quanto vale una laurea? e soprattutto, di che cosa parliamo quando parliamo di pari opportunità?

Ho già parlato l'anno scorso del rapporto OCSE Education at a Glance, che riprendo in edizione 2010.

Del rapporto 2009 mi aveva colpito che l'Italia fosse il Paese con la maggiore disparità tra tutti i Paesi OCSE tra il valore di una laurea per un uomo, in termini di reddito lordo incrementale nell'arco della vita lavorativa, e il valore di una laurea per una donna. Secondo i dati calcolati nel rapporto, l'incremento di reddito che un uomo italiano poteva aspettarsi quando si laurea invece di rimanere fermo al diploma di scuola secondaria era il 236% dell'incremento che poteva aspettarsi una donna italiana con la medesima scelta.
Oggi vi riporto i dati 2010. Vi dico subito che va peggio.
Rapporto tra reddito lordo incrementale per gli uomini e reddito lordo incrementale per le donne derivante dall'istruzione universitaria. Selezione di Paesi OCSE
  • Italia: 267,1%
  • Ungheria: 180,5%
  • Repubblica Ceca: 174,7%
  • Polonia: 168,9%
  • Svezia: 167,5%
  • Media OCSE: 144,8%
  • Regno Unito: 123,8%
  • Australia: 116,1%
  • Spagna: 100,0%
  • Turchia: 91,8%
  • Corea: 75,5%
Se volete l'elenco completo dei Paesi, scaricate dalla sezione "Data" del rapporto la tabella Excel sull'indicatore A8.2 ("What are the incentives to invest in education?"); il calcolo che vi ho mostrato sono i dati della colonna I diviso quelli della colonna J. (Potete fare il conto anche con il reddito incrementale netto - colonne S e T - o con il valore attuale netto dell'investimento educativo - colonne V e W -, non cambia il risultato: l'Italia rimane il Paese con il gap più ampio tra i due sessi.)
In altre parole: in tutti i Paesi OCSE, statisticamente, laurearsi è meglio che non laurearsi, perché si guadagna di più. Conviene a tutti, più o meno nella stessa misura tra uomini e donne, in Paesi come l'Australia, la Spagna o la Turchia. Nella media OCSE, a un uomo conviene 1,45 volte quanto conviene a una donna. Ma in Italia una laurea in mano a un uomo produce un reddito incrementale pari a 2,67 volte quello che produce in mano a una donna.
Ora, dico io, di che cosa si dovrebbe occupare un Ministro delle Pari Opportunità?

venerdì 3 settembre 2010

VeDrò, polemica

Di VeDrò e dei "vedroidi" una sola cosa mi ha lasciato perplessa: la sensazione, sottopelle, che anche questa generazione (ricordo che c'erano ventenni, trentenni e quarantenni) sia poco internettiana. Troppo poco.

Non tanto per la scarsa eco di un evento, a cui pure partecipavano seicento persone: sparuti i commenti su Twitter con tag #vedro2010, pochi i blog post (tranne quelli dei miei prolifici colleghi, Daniele Bellasio e Luca De Biase), poco più che una vetrina fotografica - nonostante l'impegno dei curatori - la pagina Facebook. Ma per quello che ho intravisto della mentalità di molti, e soprattutto di molti dei VIP, che erano presenti.
Per concretizzare questa sensazione: uno degli ultimi interventi a VeDrò, quello del giornalista Curzio Maltese, mi è sembrato in qualche modo dar voce allo stereotipo di Internet come "regno delle bufale": luogo elettivo della comunicazione senza contraddittorio, delle ondate emotive, delle leggende e delle falsità. E' una posizione che sentiamo spesso esprimere da coloro che appartengono alla generazione che ci precede, e che incidentalmente credo faccia il paio con l'estraneità delle nostre élite alla cultura scientifica (si può fare benissimo il Ministro della Repubblica senza usare Internet, ma non si può fare il ricercatore nel nanotech, nella genetica o nei sistemi emergenti). Ma non credevo che fosse anche la nostra, quella dei "vedroidi", e non volevo crederlo. Eppure nessuna mano si è alzata per chiedere a Maltese se veramente stesse dicendo queste cose, e se ne fosse convinto; o forse, chissà, non c'è stato abbastanza tempo per le domande; sicuramente non per la mia.
Se su Internet la pensate anche voi così, ho tre risposte (o forse tre citazioni, di cui un'autocitazione).
La prima è il pezzo che ho scritto, con un po' di retorica, qualche mese fa su Internet e verità.
La seconda è di Jay Rosen, professore di giornalismo alla New York University, intervistato dall'Economist:
Ninety percent of everything is crap, but that's nothing novel. There's just more everything now.
La terza, e forse la più chiara, è quella espressa pochi giorni fa da Juan Carlos De Martin del Politecnico di Torino in un intervento su La Stampa (l'enfasi è mia):

... le informazioni inaccurate, i contatti indesiderati, le interruzioni, eccetera - sono, da una parte, problemi naturali, per quanto a volte fastidiosi, in società che hanno scelto di essere aperte come le nostre, e dall’altra parte hanno già numerose soluzioni, a vari livelli. Soluzioni tecnologiche: filtri anti-spam, opzioni di privacy, sistemi di rating, filtri di classificazione automatica della posta elettronica e altro ancora. Soluzioni lato utente: [...] la possibilità, alla portata di chiunque, di imparare a valutare l'attendibilità di un sito Web proprio come nei secoli scorsi abbiamo imparato a valutare l'attendibilità di libri, case editrici, giornali, riviste e volantini. Soluzioni sociali: si stanno rafforzando e meglio articolando - basta dare tempo al tempo - norme di comportamento relative alle varie attività online, come già successo in passato per ogni invenzione largamente diffusa.
Insomma, il novanta per cento di tutto (tutti i giornali, tutti i libri, tutta la televisione) è inutile o inattendibile, dice Jay Rosen; è solo che con Internet il tutto si è allargato, numeratore e denominatore sono entrambi cresciuti; non è cambiata di molto la proporzione. E allora, come suggerisce De Martin, alleniamo i nostri anticorpi allo stesso modo; insegniamo ai nostri figli che non tutto quello che ci raccontano alla televisione è vero, così come non tutto quello che scopriamo su Internet è vero; e che quando ci raccontano bufale, come davanti alla TV possiamo cambiare canale, così su Internet una versione dei fatti più vera può essere a un click di distanza.

VeDrò, riflessioni

Nei giorni scorsi ho avuto l'opportunità di partecipare a VeDrò 2010, un evento per me nuovo ma per molti altri ormai alla sesta edizione.

L'argomento di quest'anno, la leadership, è un tema che mi è caro e di cui vorrei aver capito l'importanza quand'ero più giovane. Declinato in diversi modi e visto da diverse angolazioni, a Vedrò ha dato luogo a diciassette working group; il mio era "Che genere di leader", che ha riflettuto e discusso sulla leadership delle donne, coordinato da Alessia Mosca e Francesco Sanna, con il supporto dell'ottimo David Ragazzoni.
Ma quello di cui vorrei parlarvi sono le sessioni plenarie, perché più di ogni altra cosa mi hanno convinto che l'evento a cui stavo partecipando era uno di quelli di cui ce ne vorrebbero di più, qui in Italia. Due le discipline al centro del discorso: la scienza e la storia. Due mondi di cui - mediamente - sappiamo poco, e se ne sappiamo poco noi ("vedroidi") ne sa ancora meno il resto della gente, quelli che non fanno parte (per usare un vecchio termine delle scienze politiche) dell'élite invitata a Dro né delle varie altre élite in circolazione nel Paese, e che quindi votano, insieme a noi, per dei leader che non sanno nulla di scienza e che dimenticano la storia.
Dalla comunità scientifica sono saliti sul palco Roberto Cingolani, il direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia (già protagonista di alcune memorabili pagine di Meritocrazia di Roger Abravanel, un compendio di quello che occorre per fare ricerca scientifica in Italia), che ha parlato di robotica e nanotecnologie; Roberto Defez, ricercatore presso il CNR di Napoli, che ha tenuto un intervento inititolato "Free OGM!"; e Maurizio Porfiri, un matematico applicato che costruisce modelli di comportamenti emergenti nei gruppi, lavorando sui robot e sui pesci - e che ha costruito un pesce-robot in grado di diventare leader di un branco di pesci vivi.

Di storia ci ha invece parlato il giornalista e autore televisivo Antonello Piroso, che ci ha raccontato di uno dei leader misconosciuti degli anni '70: Giorgio Ambrosoli, il liquidatore delle banche di Michele Sindona, che dedicò anni a scoperchiare vasi di Pandora tra depositi offshore e contabilità fasulle, nonostante la guerra sotterranea contro di lui da parte dei poteri forti che proteggevano Sindona, e che fu ucciso nel portone di casa da un sicario che gli si avvicinò dicendo gentilmente "Mi scusi, Avvocato Ambrosoli". (L'intervento a VeDrò diventerà uno speciale della trasmissione Niente di personale, su La7 il 12 settembre alle 22:3021:30, che vi consiglio caldamente). Tutto questo, che è la nostra storia, noi della generazione VeDrò, lo ignoriamo: perché eravamo bambini o non eravamo ancora nati quando accadde, e perché quando siamo andati a scuola era ancora troppo recente per entrare nei programmi.















Bellissima quindi l'agenda di Vedrò, una sorta di summer school per leader emergenti, che ne cura la cultura scientifica e la memoria storica, due virtù che ci mancano quasi del tutto. La scienza ci servirebbe - almeno - per non fare leggi che ci riportano al secolo scorso e campagne di opinione pubblica che ci relegano ai margini del mondo progredito (quanti dei nostri leader politici ed economici sono scienziati e ingegneri? bene, vogliamo fare il confronto con i leader di Singapore o della Cina?); la storia, be' la storia, quella ci serve per sapere chi siamo, chi sono i nostri genitori, chi ha combattuto per che cosa, per che cosa vogliamo combattere noi.