Charity e gioielleria, una cattiva idea
Continuo a vedere in giro pubblicità di case di gioielleria (o publiredazionali, che è lo stesso) che cercano di vendermi la loro merce con la scusa che salverò dei bambini. Non so dirvi quanto mi sento manipolata da queste pratiche commerciali irritanti e inefficienti. Aborrisco l'idea del passaparola attorno a questi oggetti ("Ti piace il mio nuovo anello? Ah, by the way ho anche salvato una piccola vita") e credo che mi terrei il più possibile alla larga di chi li esibisse.
Secondo Vhernier, "l'acquisto di ogni anello Pirouette permetterà di devolvere 450 euro all'ospedale pediatrico N.P.H. St. Damien a Haiti" (su un prezzo d'acquisto di 970 euro). Bulgari invece vende un anello in argento e ceramica a 370 dollari, di cui 75 vengono devoluti a Save The Children.
Sapete che c'è? Se volete fare una donazione di 450 euro - o anche meno, per carità!, qualsiasi cifra aiuta - alla Fondazione Francesca Rava/N.P.H., potete farla direttamente qui, senza comprarvi un anello. Se volete dare dei soldi a Save the Children, potete farlo qui, scegliendo voi l'importo e senza farvi intermediare da nessuno. Vi conviene fiscalmente (comprandovi l'anello, temo che non possiate dedurre un bel niente) e vi avanzano pure i soldi per scegliere un anello che piace a voi, non quello che le case hanno scelto per il loro programma di quanto-siamo-buoni.
Sono sicura che i marketing manager delle case del lusso, sforzandosi un po', possono cogliere i loro obiettivi di responsabilità sociale con iniziative meno sfacciate, e che le charity possono trovare un modo più intelligente di coinvolgere gli sponsor aziendali, senza presumere l'esibizionismo delle clienti. Buon lavoro a entrambi!