La Borsa, il Made in Italy e gli altri
Con l'ennesima caduta di venerdì 19 agosto, la perdita degli indici azionari italiani si è attestata al -27,6% nel 2011, la peggiore in Europa dopo Atene, Vienna e Helsinki. Con questo calo, la capitalizzazione di Piazza Affari ha toccato livelli minimi sia assoluti (350 miliardi di Euro), sia relativi: il valore complessivo della Borsa italiana è pari soltanto al 22,5% del PIL italiano.
Lo scrive Leo Campagna a pag. 7 de Il Mondo in edicola questa settimana. Milano "non è mai stata una primaria piazza finanziaria internazionale, almeno oggi fa parte di un Gruppo che rappresenta pur sempre il primo mercato mondiale dopo Wall Street (anche se non si sa ancora quanto durerà questo primato)", scrive Enrico Romagna-Manoja nell'editoriale di apertura; "ciò non toglie che una riflessione su Piazza Affarini vada fatta". Se la Borsa di Milano si avvia a diventare una specie di gioco del Monopoli fra amici al bar, ancora più sconcertanti sono i dati sulla capitalizzazione del Made In Italy: sempre dall'analisi di Leo Campagna:
Infine, merita una notazione anche il settore del Made in Italy. Marchi prestigiosi e famosi in tutto il mondo (da Campari a Tod's, da Luxottica a Fiat, da Diasorin a Recordati, da Geox a Ferragamo, da Benetton a Bulgari, da Brembo a Pirelli) non superano attualmente un valore aggregato superiore ai 41,2 miliardi di euro [...] Il solo gruppo francese LVMH raggiunge una capitalizzazione di Borsa di circa 10 miliardi superiore all'intero Made in Italy quotato in Piazza Affari.
Si può rispondere che molte aziende italiane non sono quotate o sono quotate altrove (vedi Prada a Hong Kong), e soprattutto che le aziende italiane sono quotate "per finta" (rimanendo in mano alle famiglie di riferimento, non sono veramente contendibili e quindi il valore di Borsa non riflette il valore che avrebbero se potesse veramente passare di mano il controllo). Ma LVMH è un solo gruppo, non un intero settore, e non appare particolarmente scalabile. C'è insomma qualcosa che monsieur Arnault ha fatto meglio, anche per i suoi azionisti di minoranza, di tutti gli imprenditori del Made in Italy di casa nostra. Compresi quelli che si candidano a guidare il Paese.