Donne e mercato del lavoro, una modesta proposta
Sono parole del Presidente del Consiglio Mario Monti, tratte dal discorso con il quale ha chiesto e ottenuto, giovedì 17 novembre, la fiducia del Senato. Delle "questioni che riguardano" le donne parlo da tempo in questo blog, e sapete che ho sostenuto la legge Golfo-Mosca sulla rappresentanza di genere nei CdA e il congedo di paternità obbligatorio, mentre ho qualche dubbio di costituzionalità sulla proposta Alesina-Ichino di "tassazione differenziata per le donne", citata anche dal Presidente Monti, e penso che gli asili nido siano di grande aiuto alle madri come individui, ma non siano la risposta a livello sistemico.
Uno dei fattori che distinguono l'Italia nel contesto europeo è la maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza in condizioni di occupazione delle donne. Assicurare la piena inclusione delle donne in ogni ambito della vita lavorativa ma anche sociale e civile del Paese è una questione indifferibile.
È necessario affrontare le questioni che riguardano la conciliazione della vita familiare con il lavoro, la promozione della natalità e la condivisione delle responsabilità legate alla maternità da parte di entrambi i genitori, nonché studiare l'opportunità di una tassazione preferenziale per le donne.
E' altresì ovvio che la tutela della maternità debba essere parificata tra lavoratrici dipendenti e lavoratrici autonome: ma qui c'è qualcosa che nessuno dice: parificare vuol dire che la maternità delle lavoratrici dipendenti deve essere più breve.
Il fronte di quelli che vogliono le donne a casa è molto ampio, quindi accorciare la maternità potrebbe essere ancora più difficile e controverso che spostare l'età pensionabile degli italiani. Parlate però con chi gestisce un'impresa, e vi dirà che spesso si abusa delle tutele a disposizione. Non so se è vero e non ho trovato una fonte che corrobori questo dato per il complesso delle aziende italiane, ma un imprenditore con cui ho parlato mi ha detto: "Per qualche strana ragione, il 70% delle gravidanze in azienda sono gravidanze a rischio" (ed è un posto in cui si fa lavoro d'ufficio, non una fonderia o una miniera). Se così fosse, si tratterebbe di un grave abuso da parte di donne che, approfittando di certificati emessi da medici compiacenti, si procurano un vantaggio personale, ma causano un danno a tutte le altre donne, quelle che vogliono fare carriera ma sono discriminate perché il datore di lavoro teme che possano comportarsi come le colleghe che stanno a casa un anno e mezzo per ogni figlio. E allora, ecco la modesta proposta: cominciamo dal reprimere questi abusi. In galera i medici che firmano i finti certificati di gravidanza a rischio.
Poi, facciamo anche le riforme.