Le carriere delle #donnealgoverno
In queste ore di consultazioni, mentre il Presidente Napolitano sente le varie forze parlamentari e il Senatore Monti compone il domino della lista dei ministri, molte donne (pochi uomini, a dire il vero) chiedono loro di poter vedere anche donne al governo.
Ce ne sono molte che avrebbero la lucidità e l'indipendenza necessaria per far parte a pieno titolo di un governo tecnico. Si sono fatti i nomi di Anna Maria Tarantola, Livia Pomodoro, Luisa Torchia. Ma continuano purtroppo a sembrare outsider, pur avendo alle spalle lunghe carriere, spesso da civil servant.
Io ho fatto, d'istinto, tre nomi: Emma Bonino, Lucrezia Reichlin e Irene Tinagli. Della prima sono fan da tempo, e ritengo che sia stata abbastanza secchiona nel corso della sua carriera, avendo imparato tutto quello che le si parava davanti, dai trattati internazionali sulla pesca alla lingua araba parlata al Cairo, da poter affrontare qualsiasi ruolo di ministro navigato ma "tecnico", senza ideologie che non siano meritocrazia e liberismo. Reichlin e Tinagli sono meno conosciute; Tinagli ha avuto un breve flirt con la politica, Reichlin prudentemente no (ma deve averne respirata in famiglia, prima di lasciare l'Italia): entrambe, triste a dirsi, sono emigrate per poter fare la carriera accademica che desideravano: nel caso di Reichlin, non esistevano ancora i dottorati di ricerca. Hanno mantenuto i legami con l'Italia che si possono mantenere quando ormai le radici sono altrove, una come independent board member per una multinazionale basata in Italia, l'altra come editorialista per una testata italiana. La loro storia la dice lunga su come l'Italia ha ignorato i talenti delle donne. Che possano essere persuase a tornare?

Ce ne sono molte che avrebbero la lucidità e l'indipendenza necessaria per far parte a pieno titolo di un governo tecnico. Si sono fatti i nomi di Anna Maria Tarantola, Livia Pomodoro, Luisa Torchia. Ma continuano purtroppo a sembrare outsider, pur avendo alle spalle lunghe carriere, spesso da civil servant.
Io ho fatto, d'istinto, tre nomi: Emma Bonino, Lucrezia Reichlin e Irene Tinagli. Della prima sono fan da tempo, e ritengo che sia stata abbastanza secchiona nel corso della sua carriera, avendo imparato tutto quello che le si parava davanti, dai trattati internazionali sulla pesca alla lingua araba parlata al Cairo, da poter affrontare qualsiasi ruolo di ministro navigato ma "tecnico", senza ideologie che non siano meritocrazia e liberismo. Reichlin e Tinagli sono meno conosciute; Tinagli ha avuto un breve flirt con la politica, Reichlin prudentemente no (ma deve averne respirata in famiglia, prima di lasciare l'Italia): entrambe, triste a dirsi, sono emigrate per poter fare la carriera accademica che desideravano: nel caso di Reichlin, non esistevano ancora i dottorati di ricerca. Hanno mantenuto i legami con l'Italia che si possono mantenere quando ormai le radici sono altrove, una come independent board member per una multinazionale basata in Italia, l'altra come editorialista per una testata italiana. La loro storia la dice lunga su come l'Italia ha ignorato i talenti delle donne. Che possano essere persuase a tornare?

