Donne nei CdA, domani al Senato
Si dovrebbe svolgere domani, 22 febbraio (16:30-20:30), la discussione in Senato sul Ddl n. 2482 e connessi, "Parità di accesso nei consigli di amministrazione delle società quotate", sempre che la Commissione Finanze abbia concluso i suoi lavori in merito.
Nel corso del passato fine settimana sono stata una delle moltissime donne che hanno scritto email al Presidente del Senato e al Presidente della Commissione Finanze perché facciano la cosa giusta e non spingano l'Aula a cedere ai numerosissimi tentativi di depotenziare la portata delle norme già approvate alla Camera fino a insabbiarne del tutto l'impatto: parliamo di 53 emendamenti, di cui 52 presentati dalla maggioranza.
Abbiamo già sentito mille volte - e smontato - molte delle argomentazioni contro la norma proposta, come la presunta mancanza di candidature femminili all'altezza e l'umiliazione per le donne di arrivare in un posto di potere anche perché donna invece di non arrivarci proprio.
Ma c'è un'argomentazione ancora più insidiosa che si fa strada, aiutata dal malcostume di cui a volte siamo testimoni, nelle teste anche dei bene intenzionati: perché mai un'azienda, sotto il vincolo di dover rinnovare una parte del proprio CdA, dovrebbe approfittarne per alzare la qualità della propria governance mandando a casa i maschi meno performanti, quelli addormentati sulla poltrona, e portando a bordo degli eccellenti consiglieri di sesso femminile, motivati a dare ottima prova di sé, quando invece può tranquillamente usare la legge per mandare a casa degli uomini in gamba e imbarcare al loro posto cortigiane e ballerine?
Forse perché, alla fine, ne risponde al mercato e agli azionisti, mercato che ha un istantaneo potere di muovere al ribasso le quotazioni dell'azienda, con effetto molto più immediato di quello del potere che gli elettori possono esercitare nei confronti dei politici corrotti. Ma vorrei anche citare la lettera di due professioniste, Vilma Iaria e Maria Paglia, comparsa sul Sole 24 Ore dello scorso 19 febbraio.
"Allora forse il motivo di tanta resistenza a un disegno di legge necessario, purtroppo, a riequilibrare la presenza di genere nelle “stanze dei bottoni”, sta nell'antico pregiudizio secondo cui quelle percentuali possano agevolare l'ingresso di profili non adeguati per curricula professionali ma che hanno seguito altri percorsi. Non ci risulta che questo problema si sia mai posto per il reclutamento dei manager di sesso maschile. C'è qualcosa che non torna, e che ha il sapore di retaggi pericolosi non solo per la nostra cultura ma anche per la nostra economia. Questo disegno di legge è l'occasione per un passo di civiltà e di progresso. Non perdiamola."