sabato 30 aprile 2011

Come non usare un QR Code. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

L'immagine che vedete qui a fianco fa parte della campagna di lancio dell'editore Bompiani per il libro di Jonas Jonasson Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve. La campagna è realizzata dall'agenzia zampediverse.

Stamattina, mentre leggevo il giornale, ho fatto una cosa che non faccio quasi mai: ho puntato l'occhio del mio telefono sul QR Code incluso nell'annuncio per saperne di più sul libro.
Ma qui, caro editore, sono iniziati i problemi con la tua campagna.
Innanzitutto, non sono riuscita a saperne di più sul libro. Sono una lettrice, e invece di farmi leggere qualcosa mi avete fatto vedere un video. Il QR Code linka a un booktrailer (qui nella versione su YouTube) che non mi dice nulla di più di quanto mi dicesse la pubblicità statica sul giornale. Mi aspettavo un po' più di contenuto informativo e promozionale: il testo del risvolto di copertina, due parole sull'autore, i blurb di altri autori che hanno detto qualcosa sul libro. Un'intervista, una recensione. Nulla.
Il finale del video, poi, inesplicabile: "Corri in libreria". Ma come, corri in libreria? Vi siete dati la briga di mettere su un QR Code per chi legge il giornale il sabato mattina. Magari sta comodamente in poltrona con le pantofole, e non ha nessuna voglia di correre da nessuna parte. Se lo convincete che il libro è interessante (cosa che peraltro non avete fatto), alla fine del video gli dovreste proporre di comprarlo direttamente dal suo smartphone. "Acquista il libro". "Compralo subito". Se proprio proprio, "Clicca qui per comprare il libro". (L'ecommerce B2C, in fondo, esiste solo da una quindicina d'anni). Meglio ancora, "Compra l'eBook" (per chi davvero non ha la pazienza di aspettarlo). "Leggi il primo capitolo". E se proprio tra i contenuti ci deve essere un video, e se il video è divertente, "Condividi". "Like". "Manda il video a tuo nonno".
Non è complesso costruire un minisito mobile che dia veramente un po' di valore aggiunto a chi si fa incuriosire da un QR Code. (C'è un sito del libro, ma sulla base di questo QR Code non l'avrei mai scoperto). Fatemi leggere le prime tre pagine del libro, e potete conquistare una cliente. Invece così avete solo speso soldi per pubblicare un annuncio sul giornale. E vi siete giocati la chance che la prossima volta io mi faccia incuriosire dal QR Code che trovo nella pubblicità di un vostro libro.

sabato 23 aprile 2011

Essere una controparte

Tutte queste cosce nude, questa esibizione di corpi manda un messaggio subliminale continuo all'uomo italiano: che le donne hanno a che fare con il sesso, che non sono una controparte seria e affidabile in politica o sul lavoro.
Lo dice la giornalista Barbie Latza Nadeau nell'intervista rilasciata a Lara Crinò de L'Espresso dopo aver ricevuto da Striscia la Notizia una denuncia per diffamazione. Barbie Nadeau vive in Italia ed è l'autrice dell'articolo di Newsweek che lo scorso novembre ha fatto il giro del mondo.
"Una controparte seria e affidabile in politica e sul lavoro": purtroppo, tantissimi segnali anche degli ultimi giorni ci mostrano che la strada per diventarlo è ancora lunga.
La proposta di legge Mosca-Golfo per la rappresentanza di genere nei CdA, dopo il passaggio alla Camera e le modifiche in Senato, è nuovamente ferma alla Camera. Non è bastato graduare l'applicazione dei traguardi e depotenziare le sanzioni: dal Governo è arrivato un ulteriore emendamento per mandare la palla in tribuna rallentando ulteriormente il percorso che dovrebbe richiedere alle aziende di dotarsi di una massa critica di consiglieri donna. Scrive giustamente Maria Silvia Sacchi che, se dovesse essere recepito anche questo emendamento, ne uscirebbe una legge ridicola.
Nel frattempo, nei nuovi ingressi ai vertici di Eni, Enel, Finmeccanica e Terna, ancora una volta, non c'è alcuna donna, come rileva Monica D'Ascenzo (autrice del recente Fatti più in là). Solo Pirelli tra le grandi quotate ha dato un segnale positivo, cooptando nel CdA (dove già era presente Giulia Ligresti) Anna Maria Artoni ed Elisabetta Magistretti, rispettivamente dalla lista del patto e da quella dei fondi. Sono tre donne su venti consiglieri: un quindici per cento e già fa notizia.
Infine a Milano, la città più europea d'Italia, quella con l'occupazione femminile ai livelli dei parametri di Lisbona, quella con un sindaco donna e un presidente donna a capo della Fondazione Milano per Expo 2015 e della Società di Gestione Expo Milano 2015, su quarantadue esperti nominati nei tavoli tematici (infrastrutture, energia, credito, agroalimentare, salute, cultura, non profit, ecc.) non è presente alcuna donna: lo fanno notare Lorella Zanardo e Marina Terragni.
Un passo avanti, uno indietro, qualche volta due: forza ragazze.

sabato 9 aprile 2011

Progetto Donne & Lavoro. L'impresa sociale al femminile: un sogno possibile

Martedì 12 aprile alle 10:00, presso l'Auditorium dell'Ara Pacis a Roma, Donna Moderna e Fondazione Vodafone Italia presenteranno le vincitrici dei tre grant da 100.000 euro ciascuno assegnati dal "Progetto Donne & Lavoro".


Parteciperanno Emma Bonino, Federica Guidi, Alessia Mosca e Barbara Saltamartini.

sabato 2 aprile 2011

Giochi e scommesse, italiani e follia

Non smetterò mai di stupirmi delle dimensioni del mercato italiano di giochi e scommesse, un mercato indisturbato dalla crisi, che anche nel 2010 è cresciuto del 13% (!) arrivando ai 61,4 miliardi di euro: il 4% del PIL.

Ma questo è solo il mercato legale: il mercato illegale è stimato valere altri 30 miliardi. E arriviamo a 90 miliardi di soldi giocati dagli italiani ogni anno.
Il che vuol dire che ogni italiano medio (pensionato, lavoratore, bambino o neonato) si gioca 1.500 euro l'anno. Facendo due conti con delle ipotesi di payout inventate al momento, supponiamo il 50% per i giochi gestiti dai monopoli di Stato e il 90% per quelli gestiti dalla criminalità organizzata, al cittadino tornano indietro grosso modo 500 euro dai primi e 450 dai secondi. E' come se ognuno di noi ogni anno tirasse fuori di tasca 1.500 euro, li mettesse su un tavolo in mezzo alla strada, ne consegnasse volontariamente 500 al Fisco e 50 ai boss mafiosi che passano di lì, e si riprendesse i 950 che restano.
Secondo i dati delle dichiarazioni IRPEF 2010, il contribuente medio dichiara 19.000 euro l'anno, il 90% dei contribuenti dichiara meno di 35.000 euro l'anno, e solo lo 0,17% dei contribuenti ne dichiara oltre 200.000. Ma i contribuenti IRPEF sono 41.5 milioni, quindi il dichiarato medio pro capite spalmato sui 60 milioni di italiani è di poco più di 13.000 euro a testa.
L'italiano medio (sempre con le medie del pollo), che ha un reddito dichiarato lordo di 13.000 euro, se ne gioca quindi 1.500. L'undici e mezzo per cento. Il contribuente medio, l'otto per cento. E siccome la media lascia il tempo che trova, per ogni italiano come me che in tutto l'anno non si compra nemmeno un biglietto della lotteria, c'è un altro italiano che si spende il venti o venticinque per cento del proprio reddito ante imposte in giochi e scommesse. Non è una cifra folle? Da dove arrivano tutti questi soldi? Viviamo in un paese totalmente impazzito?
Poi va anche bene, perché questa follia degli individui finanzia la collettività mettendo dei soldi nelle casse dello Stato (almeno per la quota destinata ai giochi legali) e ci evita di pagare imposte che pagheremmo in altro modo se il gioco legale non esistesse. (Paradossalmente, se tutti giocassimo legalmente il 100% del nostro reddito lordo tutti gli anni, potremmo ridurre l'aliquota IRPEF allo zero per cento, e lo Stato non starebbe messo peggio di prima.) Ma non va bene, perché la propensione al gioco non è proporzionale al reddito, da cui gli effetti regressivi di quella che giustamente a volte è definita una "tassa sulla povertà".
Una volta si diceva "pagare meno, pagare tutti": formula sempreverde e lodevole obiettivo che le amministrazioni finanziarie dovrebbero perseguire con costanza. A me viene da dire che bisognerebbe anche giocare meno, e che forse parte dei proventi dal recupero dell'evasione fiscale potrebbero essere destinati ad educare le persone al "gioco legale e responsabile", come da logo dell'amministrazione. Ma forse è solo la mia anima paternal-moralista, mentre quella libertaria risponde: ma che giochino quanto vogliono! E aggiunge: abbassare le aliquote per recuperare base imponibile, e alzare il payout dei giochi statali per renderlo più competitivo con quelli illegali. (Nel frattempo, ridurre la spesa pubblica e le dimensioni della macchina dello Stato, sennò non se ne esce.)