Non smetterò mai di stupirmi delle dimensioni del mercato italiano di giochi e scommesse, un mercato indisturbato dalla crisi, che anche nel 2010 è cresciuto del 13% (!) arrivando ai 61,4 miliardi di euro: il 4% del PIL.
Ma questo è solo il mercato legale: il mercato illegale è stimato valere
altri 30 miliardi. E arriviamo a
90 miliardi di soldi giocati dagli italiani ogni anno.
Il che vuol dire che ogni italiano medio (pensionato, lavoratore, bambino o neonato) si gioca 1.500 euro l'anno. Facendo due conti con delle ipotesi di payout inventate al momento, supponiamo il 50% per i giochi gestiti dai monopoli di Stato e il 90% per quelli gestiti dalla criminalità organizzata, al cittadino tornano indietro grosso modo 500 euro dai primi e 450 dai secondi. E' come se ognuno di noi ogni anno tirasse fuori di tasca 1.500 euro, li mettesse su un tavolo in mezzo alla strada, ne consegnasse volontariamente 500 al Fisco e 50 ai boss mafiosi che passano di lì, e si riprendesse i 950 che restano.
L'italiano medio (sempre con le medie del pollo), che ha un reddito dichiarato lordo di 13.000 euro, se ne gioca quindi 1.500. L'undici e mezzo per cento. Il contribuente medio, l'otto per cento. E siccome la media lascia il tempo che trova, per ogni italiano come me che in tutto l'anno non si compra nemmeno un biglietto della lotteria, c'è un altro italiano che si spende il venti o venticinque per cento del proprio reddito ante imposte in giochi e scommesse. Non è una cifra folle? Da dove arrivano tutti questi soldi? Viviamo in un paese totalmente impazzito?
Poi va anche bene, perché questa follia degli individui finanzia la collettività mettendo dei soldi nelle casse dello Stato (almeno per la quota destinata ai giochi legali) e ci evita di pagare imposte che pagheremmo in altro modo se il gioco legale non esistesse. (Paradossalmente, se tutti giocassimo legalmente il 100% del nostro reddito lordo tutti gli anni, potremmo ridurre l'aliquota IRPEF allo zero per cento, e lo Stato non starebbe messo peggio di prima.) Ma non va bene, perché la propensione al gioco non è proporzionale al reddito, da cui gli effetti regressivi di quella che giustamente a volte è definita una "tassa sulla povertà".
Una volta si diceva "pagare meno, pagare tutti": formula sempreverde e lodevole obiettivo che le amministrazioni finanziarie dovrebbero perseguire con costanza. A me viene da dire che bisognerebbe anche giocare meno, e che forse parte dei proventi dal recupero dell'evasione fiscale potrebbero essere destinati ad educare le persone al "gioco legale e responsabile", come da logo dell'amministrazione. Ma forse è solo la mia anima paternal-moralista, mentre quella libertaria risponde: ma che giochino quanto vogliono! E aggiunge: abbassare le aliquote per recuperare base imponibile, e alzare il payout dei giochi statali per renderlo più competitivo con quelli illegali. (Nel frattempo, ridurre la spesa pubblica e le dimensioni della macchina dello Stato, sennò non se ne esce.)