Di recente si è tornato a parlare di fisco, come di consueto sbandierando intenzioni di riforma fiscale e ben presto scoprendo che più che una riforma vedremo arrivare una manovra. Pur non sbagliato nel principio, l'intervento di riequilibrio tra imposizione sui redditi e imposizione sui consumi ha ormai il sapore di un gioco delle tre carte, e stimolerà senz'altro una riconversione della florida industria degli specialisti in elusione e evasione dalle operazioni per sfuggire alle imposte dirette alle operazioni per sfuggire a quelle indirette. Ma tant'è: e nel clima di campagna elettorale che ci accompagnerà per il prevedibile futuro, sarebbe difficile pensare di non vedere interventi populisti destinati a raccogliere consensi rapidi, senza porre le basi di un governo della cosa pubblica veramente sostenibile.
Ma c'è una cosa che mi sfugge, di questi anni di crisi. Il Regno Unito si è imbarcato in una pesantissima e straordinariamente ordinata operazione di riduzione della spesa pubblica, con drastici tagli al personale di ministeri, autorità e altri enti pubblici. Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Lituania e Lettonia hanno fatto ricorso a una serie di misure per abbattere il costo del pubblico impiego: riduzione degli organici, soppressione o forfettizzazione delle tredicesime e quattordicesime, e tagli delle retribuzioni nella misura di vari punti percentuali, di solito crescenti al crescere dello stipendio: per esempio 5% in Spagna, dal 3,5% al 10% in Portogallo, dal 5 all'8% (ma fino al 10-12% per gli alti funzionari) in Irlanda. (dettagli qui, qui e soprattutto qui.)
Anche in Paesi che stanno meglio di noi ci sono proposte e dibattiti in questa direzione: in Germania si è discusso di decurtazioni alle tredicesime e riduzioni delle retribuzioni del 2,5%.
In Italia, a confronto, si sono riproposte le usuali misure di buona volontà, parziali e inefficaci: inviti a contenere la spesa in consulenze e auto blu, blocco del turnover, sospensione temporanea degli automatismi di aumento degli stipendi (!), e tagli veri e propri, solo però per i redditi superiori ai 90mila euro. Ma sembrano solo pannicelli caldi per un sistema che avrebbe bisogno di una cura da cavallo.
Insomma, solo in Italia non si può dire (o almeno, non ho visto nessun politico proporre) "prendiamo le retribuzioni dei dipendenti pubblici e le tagliamo dell'x%". Non ne parlano, mi pare, nemmeno gli accademici. Ma se questo non è tabù per i tedeschi o per gli spagnoli, perché deve esserlo per noi?