lunedì 31 ottobre 2011

Nooo, il quoziente familiare nooo

Che poi, va benissimo che chi ha figli minori a carico possa usufruire di detrazioni d'imposta. La natalità, i bimbi, il futuro, tutte cose sacrosante. Ma quando si dice "A parità di reddito paghi meno la famiglia con più componenti", si propone una cosa che nemmeno la vecchia Democrazia Cristiana era riuscita a infliggere al nostro ordinamento fiscale, ovvero che anche la moglie possa essere considerata come un minore a carico e abbattere l'aliquota marginale sul reddito del "capofamiglia". (Post che forse avete già letto, e se è così spero che siano come la ribollita, che viene più buona a forza di ribollirla: qui, qui e qui.)

Caro contribuente, se hai la moglie a carico io non credo affatto che tu debba godere di uno sconto fiscale: anzi, credo che tu ti stia permettendo un lusso. Se tua moglie non si mantiene da sola, è come la barca, il circolo, la palestra, il maneggio, il pezzo di antiquariato o la pay tv: ti deve entrare nel redditometro.

Se poi tua moglie è in cerca di occupazione, ma non la trova, deve entrare nelle statistiche dei disoccupati, non in quelle delle casalinghe. E dovrebbe arrivare un sussidio di disoccupazione a lei, non certo uno sconto sulle imposte sul reddito a te.

"Il linguaggio per me è il grado più alto della realtà"

Sono un individuo capace di andare molto lontano in nome delle sue convinzioni semantiche. Il linguaggio per me è la forma più alta della realtà.
Così Amélie Nothomb a se stessa nel suo più recente romanzo, Una forma di vita. Ve ne cito un altro passo (traduzione di Monica Capuani):
Rari sono gli individui la cui compagnia è per me più piacevole di quanto lo sarebbe una loro missiva - ammesso, ovviamente, che possiedano un minimo di talento epistolare. Per la maggior parte della gente una simile affermazione costituisce l'ammissione di una debolezza, un deficit di energia, di un'incapacità ad affrontare il reale. "Lei non ama le persone in carne e ossa" mi hanno detto spesso. Insorgo. Perché gli individui dovrebbero essere più veri quando li hai di fronte? Perché la loro verità non potrebbe apparire meglio, o semplicemente in modo diverso, in una lettera?
L'unica certezza è che questo dipende dalle persone. C'è chi ci guadagna a essere conosciuto da vicino e chi ci guadagna a essere letto. [...] La lettura consente di scoprire l'altro conservando la profondità che si ha unicamente quando si è soli.

domenica 23 ottobre 2011

Nouveau Monde 2.0 e i governi: per un prossimo Ministero per l'economia digitale

Una riflessione al rientro da Parigi, venerdì 21 ottobre sede di "Nouveau Monde 2.0", seminario intergovernativo post-G8 di Deauville, allargato a grandi aziende, rappresentanti del venture capital, start-up e blogger, a cui ho partecipato come socia di Italian Angels for Growth. (Gianluca Dettori, più veloce di me nel bloggare, ve lo ha raccontato qui, qui, e qui; io ne ho fatto una sintesi qui).

In Italia non abbiamo un ministro o viceministro che - alla pari di Eric Besson, organizzatore del seminario parigino - si occupi esplicitamente dell'economia digitale, né dell'infrastruttura digitale. Le cose di telecomunicazioni sono materia di un dipartimento nella struttura del Ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, che era invitato a Parigi ma non ha partecipato. Le cose di innovazione, soprattutto per quanto riguarda la funzione pubblica, stanno nel portafoglio del Ministro Renato Brunetta, a cui riporta un Dipartimento per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e l'innovazione tecnologica. Ma nessun Ministro sembra avere nelle proprie competenze un esplicito mandato a sostenere la crescita dell'economia digitale, dell'innovazione dal basso e delle start-up; né alcuno si è preso questo ruolo nei fatti.

Qualche confronto con i Paesi presenti a Nouveau Monde 2.0? La Francia ha appunto Eric Besson, Ministre chargé de l’Industrie, de l’Energie et de l’Economie numérique. Il Regno Unito ha partecipato con Ed Vaizey, Minister for Culture, Communications and Creative Industries. L'Australia ha mandato Stephen Conroy, Minister for Broadband, Communications and the Digital Economy. (La banda larga, le comunicazioni e l'economia digitale! tutto in uno!) Potranno essere operazioni di marketing politico (come ogni tanto si dice degli inglesi e dei loro sforzi per promuovere la Cool Britannia), ma anche il Marocco aveva a Parigi un rappresentante nel cui mandato c'è il pensare a queste cose: Ahmed Chami, Ministre de l'Industrie, du Commerce et des Nouvelles Technologies, che ha parlato delle politiche marocchine di sussidio alle dotazioni informatiche delle PMI e dei cellulari connessi a Internet nelle aree rurali. E infine l'Europa, pur spendendo montagne di fondi in politiche agricole legacy da cui sta cercando di districarsi, fa notizia non per quelle, ma per le iniziative di Neelie Kroes, la Commissaria per l'Agenda digitale e vicepresidente della Commissione Europea, che è stata la star della mattinata delineando la visione della Connecting Europe Facility.
Se la composizione del governo attraverso i portafogli dei ministri è lo specchio di quello che interessa al governo, ne dobbiamo dedurre che in Italia le politiche agricole (che hanno un Ministro dedicato) sono tuttora ritenute più importanti delle politiche per l'economia digitale. Spero che questo sia l'ultimo governo in cui agli italiani si presentano queste priorità: secondo voi come staranno le cose nel prossimo che vedremo?

domenica 2 ottobre 2011

Biennale 2011. Due parole sul Padiglione Italia

Lo scorso giugno, all'apertura della 54a Biennale di Venezia, ho prestato poca attenzione alle polemiche sul Padiglione Italia, per il quale Vittorio Sgarbi ha chiesto a "200 grandi personalità di riconosciuto prestigio internazionale" di indicare un artista italiano contemporaneo "che abbia avuto una rilevanza nel primo decennio di questo millennio": il padiglione è appunto popolato con una o più opere di ciascuno degli artisti indicati da queste personalità, a prescindere dal fatto che costoro siano realmente, per mestiere o per passione, fonti autorevoli - o almeno competenti - sull'arte italiana degli ultimi dieci anni. ("Il Comitato degli Intellettuali è presieduto dal Prof. Emmanuele F.M. Emanuele, personalità di spicco nel panorama culturale italiano.")
Potete consultare voi stessi la lista dei 200 intellettuali, e degli artisti scelti, qui. Sono in realtà diventati 238: qualcuno si deve essere offeso per non essere stato scelto sin dall'inizio. A scorrerla, camminando per il padiglione, ecco qualcuna delle domande che mi sono fatta.
  • Quanti di questi Intellettuali hanno più di 70 anni? Quasi tutti quelli davvero famosi: Gillo Dorfles (nato nel 1910), Raffaele La Capria (1922), Arturo Schwarz (1924), Umberto Veronesi (1925), Dario Fo (1926), Ennio Morricone (1928), Emanuele Severino (1929), Antonino Zichichi (1929), Tullio Gregory (1929), Francesco Alberoni (1929), Folco Quilici (1930), Ermanno Olmi (1931), Furio Colombo (1931), Giorgio Forattini (1931), Tullio de Mauro (1932), Vincenzo Consolo (1933), Adriana Asti (1933), Elio Fiorucci (1935), Ferdinando Camon (1935), Gianni Letta (1935), Corrado Augias (1935), Mogol (1936), Jas Gawronski (1936), Franco Maria Ricci (1937), Jolanda Insana (1937), Domenico de Masi (1938), Pupi Avati (1938), Giorgetto Giugiaro (1938), Claudio Magris (1939), Bernardo Bertolucci (1940), Gavino Sanna (1940)... e sicuramente me ne sono sfuggiti.
  • Quanti hanno meno di 40 anni? Certo, ce n'è una spruzzatina: Silvia Avallone e forse qualche altro, ma faccio fatica a trovarli. Molti sono in quella fascia degli ex giovani talenti, tra i 40 e i 50 anni, in cui in Italia si dice ancora "è un giovane scrittore", ma nel resto del mondo non lo si è più. (Nella foto: Pier Paolo Pasolini, uno che diventò intellettuale prima dei quarant'anni.)
  • Perché tra gli intellettuali ci sono così pochi giovani? (O ci sono, ma il convocatore non li ha scelti?) Non ci sono per semplice gerontocrazia, perché vorrebbero essere riconosciuti come intellettuali ma sono "tappati" da tutti i settuagenari e ottuagenari che occupano cattedre e scrivono editoriali al posto loro, e aspettano il proprio turno? O perché hanno rinunciato a esercitare il ruolo di intellettuale, e per campare si sono dati alla ristorazione o alla vendita di spazi pubblicitari o a un qualsiasi lavoro come quelli della gente normale?
  • Qual è il metodo giusto per costruire un padiglione "aperto"? Aperto alle indicazioni degli intellettuali (se ne troviamo) o della società civile, se ammettiamo che non si debba essere esperti di qualcosa per avere preferenze e opinioni rappresentative? Come si esce dall'elitismo che ancora trasuda dai nomi di questa mostra? Come si fa crowdsourcing senza che diventi una gara di popolarità, o di manipolazione? 
Per il resto, questa Biennale è una delle migliori dell'ultimo decennio e la direttrice Bice Curiger (della Kunsthaus Zurich) ha fatto un gran bel lavoro. Qui c'è l'app per iPhone e iPad. La Biennale è aperta fino al 17 novembre 2011.