sabato 3 dicembre 2011

In galera. Per sopravvivere

Nota: il titolo e il contenuto di questo post sono quelli di un articolo di Ernesto Galli della Loggia comparso sulla rivista Style dell'ottobre 2011. Avrei preferito linkarlo e commentarlo, ma non l'ho trovato da nessuna parte in rete, nemmeno nelle rassegne stampa, quindi l'ho trascritto. L'enfasi è mia. Mi sembra una buona lettura per un weekend di manovra.

Lo so che con quello che dico mi accingo a scrivere sto per violare i principi consacrati della libertà individuale e dell'antistatalismo cari - e giustamente! - al rigoroso liberalismo dei miei amici Giuseppe Bedeschi e Piero Ostellino. Ma evidentemente delle due l'una: o io non ho la loro stessa fermezza teorica, sono un liberale per così dire all'acqua di rose, oppure sono talmente infuriato da mettere da parte, a causa dell'esasperazione, qualunque principio. In effetti è così: sono esasperato. E di conseguenza ho deciso di infischiarmene del liberalismo, del garantismo, della presunzione d'innocenza e compagnia bella. Me ne infischio di qualunque norma o comandamento ideologico purché mi sia consentito di raggiungere lo scopo che inseguo da una vita: vedere finalmente un evasore fiscale - almeno uno! - in manette.

E' basso desiderio di vendetta? Non solo, non solo. Certo, lo ammetto, il desiderio di vendetta c'è verso chi si sottrae a un dovere al quale io invece mi sottometto. "Perché tu sì e io no? Così t'impari a fare il furbo!". Ma c'è un motivo più importante di quello della vendetta dietro il mio desiderio di vedere gli evasori smascherati anche con metodi poco ortodossi e schiaffati in galera. Se si trattasse solo di vendetta i rimbrotti dei custodi del liberalismo sarebbero alla fin fine giustificati: lo Stato non conosce (e tanto meno è autorizzato a praticare) la vendetta. Ma qui, io credo, si tratta di qualcosa d'altro: si tratta di legittima difesa e di salvezza della Repubblica. Cioè di circostanze eccezionali nelle quali è lecito mettere da parte i principi e le norme che regolano abitualmente una società perché in gioco è in qualche modo la vita stessa di quella società, la sua sopravvivenza. Circostanze nelle quali diventa ammissibile anche l'impiego di mezzi o l'adozione di comportamenti altrimenti proibiti.

Mi viene in mente quanto accadde a suo tempo con il terrorismo e quanto accade ancora oggi con la criminalità organizzata. Per far fronte all'attacco del primo e per spezzare i legami tra i capi criminali in carcere e i loro gregari in libertà, lo Stato italiano ha adottato pratiche d'azione (ricordo l'episodio di via Fracchia a Genova, all'indomani dell'assassinio di un carabiniere nella stessa città, gli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa irruppero in un covo delle Brigate rosse provocando la morte di quattro terroristi) e/o provvedimenti legislativi (vedi la legislazione premiale sui pentiti, o ancora di più il 41 bis sul carcere duro in regime d'isolamento per mafiosi e camorristi) che certamente avrebbero dovuto, e dovrebbero, far storcere parecchio il naso ai custodi del liberalismo, del garantismo, dello Stato di diritto ecc. ecc. Eppure, che io ricordi (posso sbagliarmi, e allora sono pronto a ricredermi e a scusarmi) né Ostellino né Bedeschi - a differenza per esempio dei radicali - hanno trovato nulla da ridire in merito. Evidentemente perché nei casi che ho ricordato esiste una questione di forza maggiore che s'impone su qualsiasi altra.

Ebbene, la stessa cosa può dirsi, eccome, per l'evasione fiscale. Oggi sul problema della finanza pubblica lo Stato italiano si gioca né più né meno che la sua stessa sopravvivenza, la sopravvivenza della sua sovranità, della sua possibilità di esistere come soggetto politico autonomo. L'evasione fiscale, insomma, cari amici liberali, distrugge di fatto le basi della convivenza sociale e dell'esistenza dello Stato. E noi di fronte a un pericolo del genere dovremmo farci fermare da qualche scrupolo garantista sulla privacy o sulla scarsa moralità della delazione? Ma vogliamo scherzare?