Cultura e manifesti. Qualcosa non torna
Sono passate due settimane dalla pubblicazione del Manifesto per la cultura lanciato dall'edizione domenicale del Sole 24 Ore (testata per la quale non troppo tempo fa ho avuto il piacere e l'onore di lavorare). Essendo generalmente scettica su manifesti, appelli e tazebao, e firmando petizioni con estrema parsimonia, non ho inizialmente approfondito la questione a sufficienza da poter commentare.
La mia prima sensazione è stata che, per quanto drammatico possa essere il deficit di cultura umanistica nelle nostre istituzioni, dovrebbe allarmarci molto di più il deficit di cultura scientifica: tra le "due culture" quella che abbiamo più spesso relegato in cantina è stata quella dei numeri. Oggi, dopo un'attenta rilettura, mi sembra di poter dire quanto segue:
- Il manifesto del Sole è abbastanza equilibrato nel sostenere entrambe le culture così come il pensiero trasversale, chiarendo che "per 'cultura' deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza."
- Tuttavia, in un Paese in cui non abbiamo ancora capito fino in fondo quanti danni abbia fatto Benedetto Croce, il manifesto è stato quasi esclusivamente interpretato come un manifesto a favore della cultura umanistica. Per esempio il pur ben intenzionato Gian Antonio Stella, in prima pagina sul Corriere di oggi, ripropone cose già dette sulle cifre investite "sul nostro tesoro d'arte e paesaggi", i disastri dell'incuria e della cementificazione, la bellezza come valore morale: e così molti che si sono agganciati al manifesto per parlare di teatri, musei, biblioteche, archivi storici e così via. In Italia, purtroppo, l'"intellettuale" è chi ha scritto un romanzo, non chi ha studiato il funzionamento di una proteina. E tra le numerose adesioni al manifesto sarei curiosa di sapere quanti sono registi teatrali o ballerini classici, e quanti sono ingegneri informatici o docenti di scienze attuariali.
- Se dovessi scrivere io un manifesto, mi preoccuperei solo fino a un certo punto dello spauracchio che "sarà possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi sono Giotto, Leonardo o Michelangelo" (citazione di Stella da un bollettino della meritevole Italia Nostra): Michelangelo avrà sempre mercato, e se non lo conosceranno i diplomati italiani lo studieranno gli universitari giapponesi o i dottorandi canadesi. Mi preoccuperei molto di più del fatto che i punteggi degli studenti italiani nei test Pisa (che misurano le competenze di base della vita, anche nella matematica e nelle scienze) siano sotto ai punteggi di quasi tutti i loro coetanei negli altri Paesi Ocse. Mi preoccuperei del fatto che si possa essere eletti in Parlamento senza una laurea qualunque (e che tra i laureati nostri parlamentari, i più rappresentati siano quelli con laurea in Legge, come negli Stati Uniti; ci preoccupiamo tanto della minaccia cinese, e poi se vai a vedere scopri che a tutti i livelli la Cina è governata da ingegneri). Mi preoccuperei del fatto che gli italiani non sanno come leggere i risultati delle proprie analisi del sangue, che non hanno idea di come sia calcolato il tasso di inflazione, che abboccano alle pseudostatistiche come alle panzane e bufale che transitano sui media. Mi preoccuperei del fatto che la nostra lingua non abbia neanche un vocabolo corrispondente all'inglese "numeracy", e che lo si debba tradurre con circonlocuzioni quali "alfabetizzazione numerica" o "competenze numeriche".