Lo shopping, il possesso, l'immateriale, l'esperienza
Non so voi, ma ultimamente vedo nascere una pletora di piattaforme di shopping che lavorano per vendermi prodotti eleganti, ingegnosi, cool, desiderabili e superflui.
La boccia per i pesci rossi qui a fianco viene da AHAlife.com; ma potrei ugualmente citarvi, tra gli altri must del coolhunting 2012, Fab.com, Monoqi.com, SecretSales.com, Lookk.com, QuincyApparel.com e così via. Di sicuro ne conoscete una lunga lista.
E sempre ultimamente ho avuto poco da aggiungere alle bacheche come Pinterest o TheFancy dove la gente mette le foto di questi prodotti così attraenti, dietro il compenso dell'attenzione altrui o di qualche spicciolo risparmiato. Perché, se guardo che forma stanno assumendo i miei consumi, tendo sempre di più a smaterializzarli. Tra un libro di carta e un eBook scelgo ormai sempre quello che posso portare con me su smartphone, tablet o eReader (gli unici shiny objects veramente necessari); musica e film hanno da tempo intrapreso la stessa strada; apro più volentieri le newsletter che mi promettono un weekend in una suite di albergo con spa e maggiordomo (un elenco? Jetsetter, VoyagePrivé, Splendia, Tablet) di quelle che mi propongono di spendere cifre simili sui fine collezione delle case di moda.
Ho finito lo spazio negli armadi, quello nelle scarpiere e quello negli scaffali dei libri: all'acquistare preferisco il vendere, smaltire, riciclare. Preferisco spendere per un'esperienza (un viaggio, una visita a una mostra, un concerto) che non per un oggetto che non saprò dove mettere. Rimango ferocemente attaccata a pochi basic del guardaroba; per il resto non ho tempo, dovrò trovarlo al prossimo trasloco. Non ho ancora visto realizzarsi appieno quello che Dan Nissanoff immaginava in FutureShop, ma sono sicura che se per qualche motivo dovessi un giorno avere bisogno di una borsa firmata da un grande marchio del lusso, sarei molto più propensa a noleggiarla per l'occasione che non a comprarla. Quand'è che un oggetto posseduto si trasforma da asset a liability?
Comincio a incontrare persone che hanno rinunciato all'auto e si muovono in treno e, all'occorrenza, noleggio o car sharing - a Milano o Bologna, non a Copenhagen o Manhattan. Comincio a vedere in giro i bravi marketer che fanno business con la voglia di riparare gli oggetti anziché comprarne di nuovi. Comincio a sentire gente che non compra più hard drive di backup, perché bastano i vari cloud. Paghiamo per il servizio che ci rendono gli oggetti, non per gli oggetti stessi. Paghiamo per l'esperienza, non per il possesso.
Per questo credo che il design evolverà sempre di più da product design a service design ed experience design. Il designer del futuro disegnerà la fine del ciclo di vita del prodotto tanto quanto il suo acquisto, il modello di servizio intorno a un oggetto prima ancora dell'oggetto, il profumo che si respira in un negozio tanto quanto gli arredi del negozio. E i siti di oggetti di design spariranno, si reinventeranno, o continueranno stancamente a proporci oggetti di design per i quali le nostre vite non hanno spazio?
La boccia per i pesci rossi qui a fianco viene da AHAlife.com; ma potrei ugualmente citarvi, tra gli altri must del coolhunting 2012, Fab.com, Monoqi.com, SecretSales.com, Lookk.com, QuincyApparel.com e così via. Di sicuro ne conoscete una lunga lista.
E sempre ultimamente ho avuto poco da aggiungere alle bacheche come Pinterest o TheFancy dove la gente mette le foto di questi prodotti così attraenti, dietro il compenso dell'attenzione altrui o di qualche spicciolo risparmiato. Perché, se guardo che forma stanno assumendo i miei consumi, tendo sempre di più a smaterializzarli. Tra un libro di carta e un eBook scelgo ormai sempre quello che posso portare con me su smartphone, tablet o eReader (gli unici shiny objects veramente necessari); musica e film hanno da tempo intrapreso la stessa strada; apro più volentieri le newsletter che mi promettono un weekend in una suite di albergo con spa e maggiordomo (un elenco? Jetsetter, VoyagePrivé, Splendia, Tablet) di quelle che mi propongono di spendere cifre simili sui fine collezione delle case di moda.
Ho finito lo spazio negli armadi, quello nelle scarpiere e quello negli scaffali dei libri: all'acquistare preferisco il vendere, smaltire, riciclare. Preferisco spendere per un'esperienza (un viaggio, una visita a una mostra, un concerto) che non per un oggetto che non saprò dove mettere. Rimango ferocemente attaccata a pochi basic del guardaroba; per il resto non ho tempo, dovrò trovarlo al prossimo trasloco. Non ho ancora visto realizzarsi appieno quello che Dan Nissanoff immaginava in FutureShop, ma sono sicura che se per qualche motivo dovessi un giorno avere bisogno di una borsa firmata da un grande marchio del lusso, sarei molto più propensa a noleggiarla per l'occasione che non a comprarla. Quand'è che un oggetto posseduto si trasforma da asset a liability?
Comincio a incontrare persone che hanno rinunciato all'auto e si muovono in treno e, all'occorrenza, noleggio o car sharing - a Milano o Bologna, non a Copenhagen o Manhattan. Comincio a vedere in giro i bravi marketer che fanno business con la voglia di riparare gli oggetti anziché comprarne di nuovi. Comincio a sentire gente che non compra più hard drive di backup, perché bastano i vari cloud. Paghiamo per il servizio che ci rendono gli oggetti, non per gli oggetti stessi. Paghiamo per l'esperienza, non per il possesso.
Per questo credo che il design evolverà sempre di più da product design a service design ed experience design. Il designer del futuro disegnerà la fine del ciclo di vita del prodotto tanto quanto il suo acquisto, il modello di servizio intorno a un oggetto prima ancora dell'oggetto, il profumo che si respira in un negozio tanto quanto gli arredi del negozio. E i siti di oggetti di design spariranno, si reinventeranno, o continueranno stancamente a proporci oggetti di design per i quali le nostre vite non hanno spazio?
