Incoraggiata da un
tweet secondo cui, pare, Mario Monti ritiene che tra le cinque priorità per il Paese la prima in assoluto sia quella di
"valorizzare il ruolo delle donne" (solo io ci leggo un pizzico di calcolo elettorale alla Barack Obama, per il quale il voto femminile è stato decisivo?), mi permetto oggi di rivolgere al Senatore - e alle altre forze politiche che volessero ascoltare - qualche commento sul suo programma e qualche suggerimento per rendere più incisiva la futura azione di governo in materia.
L'
Agenda Monti pubblicata poco prima di Natale contiene dichiarazioni di principio più che condivisibili, a cui sarebbe utile far seguire un elenco di interventi concreti. Alla lettura del documento saltano all'occhio alcune affermazioni:
- "La rappresentazione pubblica del ruolo della donna deve cambiare": giustissimo. Ne parliamo da anni. Come farlo? una bella commissione che riveda i libri di testo delle nostre scuole? un osservatorio sulla pubblicità dotato di veri poteri sanzionatori? una censura preventiva sugli sculettamenti in televisione? Credo che il tema sia complesso perché molti interventi per una rappresentazione meno distorta del ruolo della donna, e della sua immagine, ci pongono in un dilemma importante riguardo alla libertà di espressione - non ultima quella delle donne stesse. Certo, qualcosa si può fare: ma spieghiamo meglio che cosa. Non è un neopuritanesimo quello di cui siamo in cerca (anche se alla Chiesa Cattolica, azionista importante di questo governo Monti, certamente non dispiacerebbe).
- "Occorre una detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile": benissimo. Purché non sia incostituzionale. Sarebbe molto importante, in materia fiscale, dire anche che cosa non si farà: e mi aspetterei un chiaro impegno a non introdurre il rovinoso quoziente familiare, una pessima idea che continua a spuntare come un'idra a nove teste. (Tuttavia, anche qui si richiede una presa di distanze dalla cultura che vuole le donne a casa; non ultima, di nuovo, quella dei cattolici, o sedicenti tali per convenienza elettorale.)
- "Servono robuste politiche di conciliazione famiglia-lavoro... e un ampliamento dei congedi di paternità." Bene. Da quest'anno abbiamo il congedo dedicato ai neopapà: un giorno. (La proposta di legge originaria prevedeva quattro giorni). Ho sempre detto che, per mettere il datore di lavoro in condizioni di poter valutare l'assunzione (e la progressione di carriera) di una donna o di un uomo in maniera paritaria, servirebbe un congedo obbligatorio per i padri (ovvero non cedibile alle madri) di due-quattro mesi. Questo forzerebbe i datori di lavoro a organizzarsi anche per supplire all'assenza dei padri, ma permetterebbe loro di riavere in pista le madri qualche mese prima: una grande notizia per le imprese che impiegano più donne (meno, per quelle fatte solo di uomini). In Svezia, usufruiscono del congedo otto padri su dieci. Vogliamo essere specifici su che misure proponiamo in Italia?
Mi prendo la libertà di aggiungere, caro Senatore Monti e altre forze politiche che vogliano ascoltare, qualche suggerimento su due temi che mi stanno particolarmente a cuore.
Il primo:
giù le mani dal corpo delle donne. Abbiamo una buona
legge 194, vanificata nei fatti in gran parte del territorio italiano da una sconsiderata diffusione dell'obiezione di coscienza (che sia davvero di coscienza o non piuttosto di convenienza ai fini delle carriere ospedaliere, è lecito dubitare). Abbiamo una pessima
legge sulla procreazione assistita, che solo la pazienza dei ricorrenti alla Consulta sta permettendo di intaccare. Abbiamo un vuoto assoluto sul
fine vita, che tocca in primis le donne: chi è che assiste per anni o decenni malati terminali che non si riprenderanno mai? Occorre dire con chiarezza che cosa si vuole fare su questi temi.
Il secondo: una disciplina più razionale dell'astensione dal lavoro per maternità. Occorre parificare la maternità delle lavoratrici dipendenti e di quelle autonome (che praticamente non godono di nessun trattamento di maternità), soprattutto con tanta della nuova occupazione femminile che passa attraverso le professioni e la partita IVA. A livello di risorse, prevedere un congedo retribuito per le lavoratrici autonome non può che passare dall'accorciamento del congedo di maternità per le dipendenti.
Un congedo di maternità più breve fa bene a tutte. Non è un caso che USA e Inghilterra, dove vediamo più donne in posizioni di potere, abbiamo maternità brevi, anzi brevissime (anche troppo negli Stati Uniti). Il vero scandalo italiano non è l'assenza dal lavoro postparto (comunque da ribilanciare, coinvolgendo i padri), ma quella preparto: ci sono intere aziende dove il 100% delle donne che vanno in maternità ci vanno al secondo o terzo mese di gravidanza perché trovano un medico che dichiara la maternità a rischio. Ora, non c'è dubbio che alcune maternità siano difficili, e che se c'è rischio di distacco della placenta o simili bisogna stare a letto e non andare a lavorare. Ma occorre cominciare a controllare che la dipendente non se ne vada per sei mesi in giro a fare shopping e dal parrucchiere, a carico della collettività e dell'azienda. E i medici che fanno i certificati falsi (come quelli dei falsi invalidi e falsi ciechi) non sono medici "compiacenti", sono medici corrotti: devono essere sospesi dall'esercizio della professione e
finire in galera.
Se fare un figlio vuol dire, per una donna, stare via qualche mese (e che per qualche mese si assenterà poi dal lavoro a sua volta il padre), le aziende, gli studi professionali e le pubbliche amministrazioni si organizzeranno per supplire all'assenza. Se continuerà a voler dire, come spesso accade, stare via un anno o un anno e mezzo, è molto più difficile che non siano penalizzate le donne in quanto tali. Anche quelle che non possono avere figli, non vogliono averne, o a cui semplicemente non capita che un figlio faccia parte del progetto di vita. Perché se vogliamo "valorizzare il ruolo della donna", allora dobbiamo
valorizzarla come persona: e non solo come e in quanto madre. Uscire da quest'equivoco, credo, sarebbe un buon modo per portarsi a casa i voti delle donne.